“La sproporzione non è un errore del sistema ma è proprio il messaggio. Colpire duramente un singolo serve a far capire a tutti gli altri che ogni schermo può diventare una trappola”. Pegah Moshir Pour, scrittrice e attivista che ha portato all’attenzione internazionale le violazioni dei diritti in Iran, commenta così la condanna a morte della 23enne Najmeh Amini, accusata di blasfemia per un contenuto pubblicato sui social. Il caso riporta l’attenzione sulla repressione delle libertà digitali e sulla sorte di molti giovani arrestati durante le proteste. Moshir Pour sottolinea che, nonostante il clima di paura, il movimento «Donna, Vita, Libertà» continua a produrre cambiamento e chiede all’Europa e all’Italia azioni diplomatiche concrete e protezione per gli studenti iraniani nel nostro Paese.
La vicenda di Najmeh Amini è esemplare: un post o un contenuto online può diventare motivo di persecuzione e condanna estrema. Questo solleva la domanda su come le piattaforme digitali possano essere contemporaneamente strumenti di libertà e bersagli della repressione statale.
Per una generazione cresciuta sotto controllo e sorveglianza, i social sono spesso l’unico spazio pubblico rimasto, dove esprimersi, raccontare esperienze, denunciare abusi o semplicemente mostrarsi. Un singolo contenuto può raggiungere molte persone in poche ore e mettere a nudo ciò che la propaganda ufficiale vuole nascondere. Per questo i messaggi online diventano potenti e pericolosi agli occhi del regime.
La repressione si è spostata insieme alla libertà: le autorità iraniane filtrano e rallentano la rete, la interrompono quando conviene, sorvegliano profili e utilizzano post e messaggi come prove nei processi. Contenuti pubblicati sui social vengono reinterpretati come reati gravi — dalla propaganda contro lo Stato all’insulto al profeta — con pene che vanno da anni di carcere fino alla pena di morte.
La severità delle punizioni ha una funzione preventiva: punire in modo esemplare una persona per scoraggiare gli altri. Per questo i diritti digitali — accesso alla rete, protezione dalla sorveglianza e sicurezza per gli attivisti online — vanno considerati diritti umani fondamentali. Anche le aziende tecnologiche occidentali hanno responsabilità nel non girarsi dall’altra parte e nel proteggere gli utenti.
Najmeh, dal carcere, ha chiesto che la sua voce venga ascoltata senza trasformarla in simbolo consumabile. Raccontare la sua storia nel modo giusto significa rispettarne la persona: riconoscerla per nome, descrivere la sua vita e le condizioni della sua detenzione, e tradurre la mobilitazione pubblica in azioni politiche concrete.
Moshir Pour indica misure precise: sanzioni individuali contro giudici, procuratori e funzionari coinvolti in processi ingiusti; la convocazione degli ambasciatori alla prima notizia di condanna a morte; la richiesta di osservatori indipendenti ai processi e di accesso consolare e legale; e l’adozione politica dei prigionieri da parte di parlamentari che seguano i casi con impegno pubblico e continuativo.
Il dialogo con l’Iran non può essere separato dalla questione dei diritti umani: ogni negoziato o accordo deve tenerne conto. L’Unione europea deve partecipare attivamente ai tavoli internazionali e fare leva politica sui nomi dei perseguitati, perché quando un caso è seguito da governi e parlamenti diventa più difficile per il regime eliminarlo senza conseguenze.
La repressione ha effetti diretti sulle famiglie: oltre a colpire i singoli, il regime mira a intimidire con telefonate, pressioni, confessioni estorte e processi sommari che pesano su parenti e amici. Questo crea climi di paura e isolamento che rischiano di indebolire i legami di solidarietà.
Nonostante la paura, però, il dissenso non è scomparso. Dai contatti con chi è in Iran e con la diaspora emerge che la protesta ha cambiato forma: le piazze si svuotano temporaneamente, ma la resistenza diventa quotidiana e diffusa — donne che scelgono di non indossare più il velo, studenti e personale universitario che si mobilitano, scioperi nel settore sanitario e reti di mutuo soccorso che sostengono le famiglie dei detenuti. Il movimento «Donna, Vita, Libertà» è un cambiamento culturale e generazionale che il regime non riuscirà a cancellare solo con carceri e repressione.
Mantenere alta l’attenzione sui prigionieri quando le proteste escono dalle prime pagine è una sfida: il rischio è che l’opinione pubblica si concentri solo sulle immagini forti e perda di vista la fase più pericolosa, quella dei processi e delle esecuzioni. Per evitarlo servono continuità e alleanze durature tra media, istituzioni, ong e società civile.
Proposte pratiche includono: redazioni che seguono un caso nel tempo e aggiornano i lettori ad ogni sviluppo; amministrazioni locali, università e scuole che danno visibilità ai prigionieri attraverso cittadinanze onorarie, incontri e iniziative pubbliche; il coinvolgimento stabile della diaspora come fonte di informazione verificata; e misure per proteggere gli studenti iraniani all’estero — ad esempio estendendo i visti per evitare il rientro forzato in un Paese dove rischiano persecuzione. L’uso strategico dei social per richieste mirate verso responsabili specifici e la pressione diplomatica costante sono strumenti utili.
La difesa di Najmeh e di altri prigionieri deve diventare una responsabilità condivisa: giornalisti, istituzioni, ong e cittadini devono cooperare a lungo termine per garantire visibilità, assistenza legale e protezione diplomatica e affinché i diritti umani restino al centro del confronto internazionale con l’Iran.