La nuova escalation in Yemen ha diverse ricadute: la fine della cosiddetta “Pax Saudita”, il ritorno della violenza territoriale diffusa, un’instabilità prolungata nel corridoio di Bab el‐Mandeb e una leva negoziale aggiuntiva per l’Iran. Lo spiega Eleonora Ardemagni, ricercatrice senior all’Ispi e docente all’Aseri di Milano.
Il governo yemenita riconosciuto a livello internazionale ha lanciato un’offensiva contro gli Houthi. Quali effetti produce questa azione dentro e fuori lo Yemen?
Gli effetti principali sono tre. Primo, sul piano interno la contro‐offensiva segna la fine della tregua nazionale instaurata nel 2022, già compromessa dalla ripresa degli attacchi houthi contro obiettivi interni e contro l’Arabia Saudita. Secondo, si è ritornati a una violenza territoriale diffusa: l’epicentro degli scontri terrestri è la zona di Bab el‐Mandeb e i dintorni di Taiz, ma si sono riattivate anche le linee di frontiera ad Al‐Jawf, Marib e Al‐Dhale. Sul piano aereo ci sono stati attacchi contro Sanaa e Saada, mentre gli Houthi hanno colpito con missili e droni l’aeroporto di Aden. Terzo, sul piano regionale la contro‐offensiva è supportata militarmente dall’Arabia Saudita, soprattutto con mezzi aerei e navali, segnando un ritorno aperto di Riad nel conflitto dopo il periodo 2015‐2022.
Si può parlare di un nuovo fronte regionale?
Si è riaperto un conflitto locale non risolto che si è progressivamente regionalizzato: i sauditi sostengono il governo riconosciuto mentre gli Houthi ricevono sostegno dall’Iran. L’elemento più recente è la sovrapposizione con il confronto più ampio tra Stati Uniti e Iran: sono due dinamiche distinte ma interconnesse, e Iran e Houthi possono sfruttare il teatro yemenita per esercitare pressione sugli Stati Uniti e colpire l’alleato saudita.
Quali ripercussioni internazionali porterà l’incertezza su Bab el‐Mandeb?
L’instabilità del corridoio di Bab el‐Mandeb è destinata a persistere. Anche se le forze filo‐governative riprendessero stabilmente i tratti costieri, il controllo houthi di porzioni chiave della costa del Mar Rosso, come Hodeida, lascia la possibilità di nuovi attacchi marittimi. Questo mantiene elevati i costi assicurativi e l’incertezza per il traffico commerciale e petrolifero; la presa di Mokha ha valore simbolico e di morale per le forze sostenute dall’Arabia Saudita, ma non elimina il rischio strategico.
Che impatto avrà la crisi yemenita sulla crisi più ampia con l’Iran?
La guerra yemenita e il rientro in campo dell’Arabia Saudita offrono all’Iran una leva negoziale aggiuntiva e uno strumento di pressione sui partner occidentali. Il rischio di instabilità nei corridoi energetici e commerciali del Medio Oriente — Hormuz, Bab el‐Mandeb e indirettamente Suez — influisce sui prezzi di petrolio e gas e sulle pressioni inflazionistiche. La decisione saudita di esportare petrolio via Hormuz nonostante i costi indica la disponibilità delle monarchie regionali a correre rischi per mantenere produzione e esportazioni, adattandosi a uno scenario in cui attori iraniani e alleati condizionano parte delle regole del gioco.
Qual è il ruolo attuale degli Emirati Arabi Uniti?
Gli Emirati hanno ritirato la presenza militare diretta in Yemen dopo il ritiro forzato avvenuto nel gennaio 2026, seguito all’avanzata dei secessionisti meridionali che Abu Dhabi sosteneva. Tuttavia mantengono legami con attori influenti nelle regioni meridionali. La frammentazione del fronte filo‐governativo riflette rivalità tra logiche locali e tra fazioni filo‐saudite e filo‐emiratine; non è escluso che l’Arabia Saudita tenti di coinvolgere nuovamente gli Emirati se la contro‐offensiva dovesse incontrare maggiori difficoltà.
Come va interpretata l’alleanza fra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan?
Turchia e Pakistan hanno offerto sostegno di natura difensiva all’Arabia Saudita, prevedendo un possibile aumento degli attacchi houthi contro il regno. Entrambi soddisfano in parte le richieste saudite, fornendo supporto difensivo, ma mantengono distanza da un coinvolgimento offensivo diretto in Yemen.
E gli Stati Uniti: hanno ridotto il loro impegno?
Gli Stati Uniti hanno scelto un coinvolgimento limitato, simile a quello attuato nel 2015: offrono intelligence, consiglieri militari e supporto nella designazione degli obiettivi. A meno che gli Houthi non attacchino interessi statunitensi, è improbabile che Washington torni a condurre bombardamenti diretti. Il cessate il fuoco fra Houthi e Stati Uniti regge dal 2025 e al momento non sembra nell’interesse di entrambe le parti romperlo: l’obiettivo houthi resta invece rivolto contro l’Arabia Saudita.
Quali sviluppi si prevedono?
Il conflitto in Yemen è destinato a proseguire, alternando fasi su vasta scala e fasi più circoscritte. È improbabile che l’Arabia Saudita torni al livello di impegno militare del 2015: recuperare Sanaa e l’intero paese richiederebbe risorse, tempo e vittime che Riad difficilmente può sostenere, soprattutto mentre porta avanti la diversificazione economica di Vision 2030 e gestisce altre tensioni regionali. Più realistico è un obiettivo limitato: stabilizzare e difendere la zona del Bab el‐Mandeb, impedire nuove avanzate houthi e contenere gli attacchi contro il territorio saudita.