Trump e il ‘D-Day economico’ contro l’Iran, l’ultima offensiva Usa dipende dalla Cina?

Secondo il New York Times e l’analisi di David E. Sanger, il presidente Donald Trump e il segretario al Tesoro Scott Bessent stanno ricorrendo a un’azione economica massiccia contro l’Iran dopo un intervento militare risultato poco efficace. Di norma, osserva Sanger, gli Stati Uniti cercano prima la via diplomatica per affrontare problemi come il programma nucleare iraniano, poi applicano sanzioni crescenti e lasciano l’opzione militare come ultima risorsa. In questo caso invece la sequenza è stata ribaltata.

Trump aveva scelto la via dei bombardamenti dopo un breve tentativo diplomatico con l’obiettivo di costringere l’Iran a rinunciare alle scorte di uranio arricchito e, forse, favorire un cambiamento di regime. Quegli attacchi non hanno raggiunto né il primo né il secondo obiettivo; hanno causato la morte di 18 statunitensi, centinaia o migliaia di iraniani e perdite economiche considerevoli stimate da analisti indipendenti in oltre 100 miliardi di dollari (stime del Pentagono inferiori). Ora la Casa Bianca e il Tesoro lanciano un’altra iniziativa, definita dalla presidenza una campagna senza precedenti per recidere le fonti di sostentamento economico della Repubblica islamica: la Operation Economic Outcast. Il piano, sul piano tecnico, è plausibile — mirerebbe a bloccare le transazioni che convogliano denaro verso Teheran — ma solleva numerosi interrogativi pratici e politici.

La domanda principale, nota Sanger, è perché misure così incisive non siano state adottate prima dell’intervento militare, che ha evidenziato alcune carenze nelle capacità belliche e i limiti del solo ricorso alla forza.

Il ‘nodo’ Cina per la riuscita del piano di Trump

Un elemento cruciale per il successo della strategia economica è la posizione della Cina, che nel 2025 avrebbe acquistato oltre l’80% delle esportazioni petrolifere iraniane. L’Amministrazione deve valutare se spingere per misure che potrebbero irritare Pechino, già in contrasto con Washington su intelligenza artificiale, Taiwan e squilibri commerciali.

Il New York Times sottolinea che isolare economicamente l’Iran non è un’idea nuova, ma questa volta la riuscita dipende in larga misura dalla cooperazione cinese; al momento, a un mese dalla visita a Washington del leader cinese Xi Jinping, non ci sono segnali chiari che Pechino aderirà alla strategia.

Bessent ha minacciato l’uso di sanzioni secondarie per colpire chi continua a commerciare con l’Iran, ma — scrive Sanger — durante le dichiarazioni pubbliche ha evitato di nominare esplicitamente la Cina, cercando evidentemente di non peggiorare i rapporti con la seconda economia mondiale, che può decidere in pratica le sorti dell’iniziativa. Un altro aspetto rilevante è che Bessent è tornato su un obiettivo che Trump aveva evocato sei mesi prima — creare condizioni favorevoli a un cambio di regime — sebbene con strumenti diversi rispetto a quelli annunciati allora.

La scelta di febbraio di privilegiare l’opzione militare rispetto a sanzioni annunciate in seguito è stata interpretata come il riconoscimento della lentezza e talvolta dell’inefficacia delle sanzioni economiche. Oggi, per mancanza di alternative ritenute valide, l’amministrazione fa nuovamente affidamento su misure economiche severe.

Il segnale da Pechino

La risposta ufficiale cinese è stata netta: Pechino adotterà «tutte le misure necessarie per difendere con fermezza» i propri interessi, ha detto Lin Jian, portavoce del ministero degli Esteri. Secondo il comunicato, la massima pressione esercitata attraverso una guerra economica non risolve i problemi, ma aumenta tensioni e conflitti, provoca effetti di contagio, destabilizza l’ordine economico e finanziario mondiale e danneggia i diritti e gli interessi legittimi degli altri Paesi. La Cina ribadisce dunque la volontà di tutelare i propri diritti e interessi con misure adeguate.

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