Iran, Trump alla ricerca di una via di uscita: intensificare conflitto o avviare negoziati seri

Donald Trump rilancia la strada diplomatica per evitare un’escalation con l’Iran, definendo un “ultimo ultimatum” a Teheran e invitando il regime a firmare un accordo. La Casa Bianca afferma che negoziati sarebbero sostenuti da Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, mentre l’Iran nega trattative dirette. Rimane comunque lo spettro di un conflitto più ampio e la scelta spetta al presidente: escalation militare, dialogo o ritiro.

Secondo Paul Musgrave della Georgetown University in Qatar, Trump punta a un accordo «già questa settimana», ma i segnali da Teheran non vanno in quella direzione. Nonostante le difficoltà economiche iraniane, l’analista osserva che Teheran può cercare di aumentare il costo del conflitto per gli Stati Uniti per ottenere condizioni migliori. Il potere negoziale statunitense si basa sulla minaccia di escalation e sull’accesso dell’Iran ai mercati globali, ma la credibilità di queste leve è stata indebolita, secondo Musgrave, dalle retromarce del presidente rispetto alle sue minacce.

La Cnn avverte che, se Trump non troverà un’uscita dalla crisi, la scelta di entrare in guerra potrebbe diventare l’errore che definirà la sua presidenza. Fino a oggi, però, ha evitato una escalation incontrollabile. La storia mostra come i leader che intensificano i conflitti per salvare il proprio prestigio o l’immagine degli Stati Uniti spesso finiscano intrappolati in guerre difficili da vincere, come è avvenuto in Vietnam, Iraq e Afghanistan.

I tre scenari

La Cnn individua tre strade possibili per Trump. La prima è proseguire una campagna a bassa intensità fatta di attacchi aerei, cessate il fuoco fragili e blocchi navali, senza porre fine al conflitto. La seconda è un’escalation più ampia: togliere limiti operativi e colpire infrastrutture civili iraniane, arrivando eventualmente a impiegare truppe di terra in operazioni limitate. La terza è ritirarsi, accettando di non aver pienamente raggiunto gli obiettivi ma limitando le perdite.

Ognuna delle opzioni comporta costi politici e strategici, spiega il canale Usa, e questo contribuisce alla paralisi decisionale del presidente. Segnale della complessità della situazione è che, secondo la Cnn, il Pentagono avrebbe chiesto a analisti militari nuove idee su come colpire l’Iran.

Se Teheran ignorerà l’ultimatum, qualsiasi grande escalation sarebbe una scommessa: non ci sono garanzie che più bombardamenti costringano l’Iran a tornare al tavolo dei negoziati. Attacchi a ponti, centrali e altre infrastrutture potrebbero indurre ritorsioni simili contro gli alleati del Golfo e aumentare il costo economico della guerra. I leader regionali avrebbero espresso a Trump la preoccupazione per questo scenario nel tentativo di evitare nuove escalation. In teoria gli Usa potrebbero tentare di aprire con la forza lo Stretto di Hormuz, ma ciò esporrebbe le navi a missili e droni; operazioni terrestri su impianti petroliferi o per controllare lo stretto potrebbero risultare sanguinose.

I precedenti

Diversi presidenti americani si sono trovati davanti a decisioni analoghe. Vietnam, Iraq, Afghanistan e l’attuale contesa con l’Iran hanno presentato la stessa scelta fondamentale: mantenere uno status quo negativo, aumentare l’impegno militare o ritirarsi. Nessun presidente vuole essere ricordato per aver perso una guerra, ma la storia mostra i rischi dell’escalation.

Nel 1965 Lyndon B. Johnson decise di intensificare i bombardamenti sul Vietnam del Nord e di inviare truppe, una scelta che poi trascinò gli Stati Uniti in un conflitto prolungato. George Ball, che consigliava prudenza, avvertì che le prime perdite avrebbero intrappolato la nazione in un processo quasi irreversibile, ma le pressioni politiche spinsero verso un’escalation.

Anche Richard Nixon, nel tentativo di definire le condizioni per un ritiro, estese le operazioni, compresa l’espansione del conflitto in Cambogia; il costo in vite americane fu elevato e l’uscita definitiva si realizzò solo anni dopo. Più recentemente, George W. Bush nel 2007 decise un rafforzamento temporaneo delle truppe in Iraq per contenere la situazione, una mossa la cui efficacia complessiva è ancora valutata dal punto di vista storico.

Barack Obama, eletto con la promessa di porre fine alle guerre infinite, ordinò comunque un aumento di truppe in Afghanistan per contrastare i talebani e al-Qaeda, illustrando la difficoltà dei presidenti di evitare la trappola dell’escalation. Trump si era presentato criticando proprio questo tipo di interventismo; oggi affronta una scelta simile a quelle che hanno segnato i suoi predecessori. La decisione sul confronto con l’Iran avrà conseguenze significative sulla sua eredità e sulle vite coinvolte.

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