“Il disagio psicologico non conosce stagioni soprattutto sul lavoro”. Lo ribadisce all’Adnkronos/Labitalia l’esperto Gabriele Zanardi, neuropsicologo e psicoterapeuta, socio fondatore di Brain&Care. “L’estate – afferma – si tende a pensare che i problemi psicologici possano aspettare. L’estate è la stagione che culturalmente associamo alla leggerezza. Le giornate si allungano, il tempo sembra dilatarsi e siamo portati a credere che anche il peso delle nostre fatiche interiori possa concedersi una pausa. In realtà, la mente non segue il calendario. Il disagio psicologico non va in vacanza. Anzi, per alcune persone proprio l’estate diventa una lente d’ingrandimento: quando diminuiscono gli impegni e il rumore della quotidianità, ciò che durante l’anno rimaneva in secondo piano può emergere con maggiore chiarezza. E’ un po’ come quando il mare si calma: non crea gli scogli, semplicemente li rende più visibili”.
“Anche le neuroscienze – spiega – ci insegnano che il cervello è profondamente influenzato dai ritmi e dal contesto. Quando vengono meno gli automatismi che organizzano le giornate, le reti cerebrali coinvolte nell’autoriflessione e nella memoria autobiografica tendono a diventare più attive. Questo può favorire intuizioni preziose, ma anche rendere più presenti pensieri dolorosi o emozioni rimaste in sospeso. Per questo la salute mentale merita attenzione in ogni stagione: non perché il disagio sia sempre uguale, ma perché cambia il modo in cui si manifesta”.
C’è una differenza nel modo in cui uno psicologo lavora d’estate, quando cambiano i ritmi, le assenze e le richieste dei pazienti. “Cambia il paesaggio – osserva – non la bussola. Il lavoro clinico continua a orientarsi nella stessa direzione – comprendere, accompagnare, favorire il cambiamento – ma lo fa adattandosi a un contesto diverso. L’estate modifica le routine: alcuni pazienti sospendono il percorso, altri trovano finalmente il tempo per iniziarlo. Le sedute assumono talvolta un ritmo differente e portano con sé temi che durante l’anno rimangono più nascosti. Le vacanze, la convivenza prolungata con i familiari, la distanza dal lavoro o, al contrario, la solitudine, diventano occasioni in cui gli equilibri abituali si ridefiniscono”.
“Dal punto di vista clinico – commenta Gabriele Zanardi – è un periodo molto interessante, perché quando la struttura esterna si alleggerisce emergono con maggiore evidenza le modalità con cui ciascuno organizza il proprio mondo interno. In fondo il cervello è un organo predittivo: ama le abitudini perché riducono l’incertezza. Quando queste vengono temporaneamente sospese, osserviamo con maggiore nitidezza le strategie con cui ogni persona affronta il cambiamento, l’attesa e l’imprevisto”.
“L’estate – precisa – abbassa il volume del mondo e alza quello della nostra voce interiore. Durante il resto dell’anno viviamo spesso come musicisti che seguono uno spartito fitto di impegni. Quando quello spartito si interrompe, siamo chiamati a confrontarci con una domanda semplice solo in apparenza: come sto davvero, quando smetto di fare? E’ una stagione che rende evidente quanto il benessere non coincida con il riempire il tempo, ma con l’abitare il tempo. Alcune persone scoprono il piacere della quiete; altre incontrano un’inquietudine che il movimento continuo aveva fin lì mascherato”.
“Come clinico – ammette – ogni estate mi ricorda che la salute psicologica non consiste nell’eliminare le emozioni difficili, ma nello sviluppare la capacità di ascoltarle senza esserne travolti. Del resto, il nostro cervello è straordinariamente plastico: continua a modificarsi attraverso le esperienze e le relazioni lungo tutto l’arco della vita. Anche un momento di rallentamento, se accolto con consapevolezza, può diventare uno spazio in cui riscrivere, almeno in parte, il modo in cui ci raccontiamo e ci prendiamo cura di noi stessi. Forse è questo il dono più prezioso dell’estate: ricordarci che, proprio come la natura alterna fioritura e riposo, anche la mente ha bisogno di stagioni diverse per ritrovare il proprio equilibrio”.
Stress cronico, burnout, disingaggio e turnover rappresentano oggi sfide concrete per le organizzazioni, con impatti diretti sulla produttività, sulla retention dei talenti e sulla qualità delle relazioni interne soprattutto d’estate. Secondo il ‘Report sulla retribuzione 2025’ di Coverflex, oltre tre lavoratori su quattro (83%) dichiarano di sentirsi mentalmente esausti almeno qualche volta, mentre più di uno su due ha pensato di lasciare il proprio lavoro per motivi legati alla salute psicologica o fisica. Tra le principali fonti di stress emergono carichi di lavoro eccessivi, mancanza di riconoscimento e scarse prospettive di crescita professionale. In questo scenario, il benessere psicologico non può più essere affrontato esclusivamente attraverso iniziative isolate o singoli benefit aziendali, ma richiede un ripensamento più profondo dei modelli organizzativi e manageriali. Gestione dei carichi di lavoro, leadership, possibilità di crescita, fiducia e qualità della comunicazione interna sono oggi elementi centrali per costruire ambienti di lavoro sostenibili, ridurre il rischio di burnout e migliorare il coinvolgimento delle persone.
“La salute mentale non può essere trattata come un tema separato dalla cultura aziendale. Oggi molte delle principali cause di stress nascono da modelli organizzativi costruiti sull’urgenza continua, sul controllo costante e sulla mancanza di spazi di crescita reale. Per questo le aziende devono iniziare a considerare il benessere psicologico come una responsabilità manageriale e organizzativa, investendo su leadership più consapevoli, maggiore fiducia e strumenti concreti che rendano il supporto psicologico realmente accessibile”, dichiara Chiara Bassi, vp global public affairs di Coverflex.
Sono 10 le leve organizzative per la salute mentale. 1) Promuovere una cultura dell’errore: creare spazi sicuri in cui sperimentare, sbagliare e confrontarsi apertamente riduce la pressione da iper-performance, favorisce collaborazione e innovazione e rafforza la sicurezza psicologica all’interno dei team. 2) Normalizzare l’accesso alla terapia: la salute mentale richiede sia una cultura aperta sia strumenti concreti. Per questo è fondamentale affiancare campagne di sensibilizzazione interne a partnership e benefit che facilitino l’accesso a percorsi terapeutici, contribuendo a superare stigma e resistenze.
3) Costruire una flessibilità autentica: lo smart working non genera automaticamente equilibrio. Per essere efficace deve essere accompagnato da fiducia, autonomia e modelli organizzativi che misurino i risultati e non il tempo trascorso online, eliminando pratiche di controllo invasivo. 4) Ripensare la crescita professionale. In contesti sempre più dinamici, la crescita verticale non sempre è possibile o sostenibile. Investire in percorsi di crescita orizzontale e sviluppo personale permette alle persone di acquisire nuove competenze, riducendo senso di stagnazione e frustrazione.
5) Valorizzare il reverse mentoring: favorire lo scambio di competenze tra junior e senior rafforza il senso di appartenenza e il contributo reciproco. Il reverse mentoring aiuta inoltre a superare modelli gerarchici rigidi e dinamiche di esclusione. 6) Formare i manager alla gestione delle persone: essere competenti dal punto di vista tecnico non significa automaticamente saper guidare un team. Servono percorsi specifici su coaching, feedback, gestione dei carichi di lavoro e qualità delle relazioni per evitare che la pressione sulle performance si traduca in cattiva leadership.
7) Garantire coerenza tra valori dichiarati e pratiche aziendali: la distanza tra ciò che un’azienda promette e ciò che realmente mette in pratica genera sfiducia, cinismo e stress organizzativo. Una cultura credibile nasce dalla coerenza quotidiana tra comunicazione e comportamenti. 8) Superare la narrativa dell’emergenza continua. Metafore belliche, urgenza costante e linguaggi orientati alla ‘battaglia’ alimentano stati di tensione permanenti. Un linguaggio più neutro e focalizzato su obiettivi e processi contribuisce a ridurre l’attivazione emotiva continua.
9) Definire protocolli chiari per le emergenze: task force e situazioni straordinarie non possono diventare la normalità. E’ importante prevedere processi chiari di apertura, gestione e chiusura delle emergenze, ristabilendo carichi di lavoro sostenibili una volta conclusa la fase critica. 10) Curare l’igiene emotiva della comunicazione interna: La comunicazione aziendale deve mantenere continuità e autenticità nel tempo. Evitare eccessi narrativi e costruire sistemi di riconoscimento coerenti con i risultati aiuta a creare fiducia e stabilità emotiva nelle organizzazioni.
Il tema della salute mentale richiede oggi un cambio di paradigma nelle politiche HR: non solo iniziative di welfare, ma un’evoluzione concreta dei modelli organizzativi e manageriali. Tra gli aspetti sempre più centrali emergono la necessità di formare manager e team leader nella gestione delle persone, costruire modelli di lavoro basati sulla fiducia e non sul controllo continuo, favorire percorsi di crescita più sostenibili e rendere l’accesso al supporto psicologico parte integrante dell’esperienza lavorativa. Una trasformazione che riflette anche le nuove aspettative dei lavoratori. Secondo una recente indagine di Unobravo, servizio di psicologia online leader in Europa che collabora con Coverflex dal 2026, oltre otto italiani su dieci hanno pensato di lasciare il proprio lavoro a causa dello stress, mentre il 66% teme ripercussioni professionali nel mostrare fragilità psicologica o un calo della performance. Un dato che evidenzia quanto il benessere mentale sia diventato un elemento sempre più centrale nella relazione tra persone e lavoro.
Francesco Foffa, vp e head of B2B di Unobravo, ha commentato: “Siamo lieti di aver unito le forze con Coverflex per portare le tematiche di benessere mentale nel luogo di lavoro ancora più al centro. Tutte le evidenze che abbiamo ci dicono che investire nella salute mentale delle persone non è solo una scelta etica, ma anche strategica: chi si sente ascoltato e supportato lavora meglio, resta più a lungo in azienda e contribuisce a costruire un ambiente più sano e produttivo. Grazie a questa partnership, sempre più aziende potranno offrire ai propri dipendenti un accesso semplice e concreto al supporto psicologico, trasformando il benessere da benefit accessorio a pilastro della cultura organizzativa”.
(di Sabrina Rosci)
(Adnkronos – Lavoro)
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