L’omelia del vescovo Claudio nella festa del Santo

Di seguito l’omelia del vescovo Claudio che ha presieduto la messa pontificale delle 11.30 in basilica antoniana.

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La nostra presenza a questa celebrazione, presso la tomba del Santo, è un passaggio che molti di noi vivono ogni anno con fede e gratitudine.

Quest’anno lo viviamo anche nel contesto degli 800 anni dalla nascita al Cielo di san Francesco, di cui Antonio fu seguace. Francesco rappresentava una proposta affascinante per chi desidera essere discepolo di Gesù: la povertà vissuta come libertà, l’umiltà, la semplicità di vita, il rispetto per il creato, il dialogo e la riconciliazione con tutti e con tutto, perfino con la morte; l’attenzione alla pace, la vicinanza ai poveri, l’itineranza, la fraternità, la fiducia radicale in Dio, insieme all’obbedienza alla Chiesa.

Sono solo alcuni dei tratti di san Francesco e di sant’Antonio, riassunti in quel titolo che ancora oggi contraddistingue i membri degli ordini francescani: la minorità, quella dei frati minori. In questo stile riconosciamo una strada bella e concreta per essere cristiani e per annunciare il Vangelo.

Sant’Antonio, inoltre, è conosciuto per i miracoli che, per sua intercessione, sono stati concessi a tante persone che attraversavano situazioni umanamente impossibili e che le nostre sole forze non riuscivano a gestire.

Ci viene incontro, allora, un passo della Lettera agli Efesini appena proclamata:

«Così non saremo più fanciulli in balìa delle onde, trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, ingannati dagli uomini con quella astuzia che trascina all’errore»

C’è, in queste parole, una fragilità che descrive bene la nostra condizione sociale e culturale. È il rischio di perdere la libertà del pensiero e di lasciarci trascinare, dove non vorremmo andare, da persuasori occulti.

Oggi, ha detto Papa Leone, ci troviamo davanti a una situazione nuova, in cui la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull’immaginario collettivo: «Mai l’umanità ha avuto tanto potere su se stessa».

Viene spontaneo pensare a Pinocchio, quando si lascia persuadere dal Gatto e dalla Volpe a piantare le monete d’oro o ad andare nel paese dei balocchi.

Poco dopo, nella stessa enciclica Magnifica humanitas, Papa Leone dice:

«Per questo occorre avviare un discernimento condiviso capace di penetrare le radici spirituali e culturali delle trasformazioni in atto. Se ci limitiamo alle contingenze, rischiamo di lasciare che il susseguirsi delle emergenze decida al posto nostro la direzione del cammino. Stiamo vivendo una rapida fase di transizione, un ‘cambiamento d’epoca’, in cui – mentre alcuni si contendono il futuro delle nuove tecnologie e altri sono impegnati nella riflessione su di esse – la maggior parte delle persone rimane in attesa, osserva da lontano e spera semplicemente che tutto vada per il meglio. Proprio per questo si impongono alla nostra coscienza domande decisive, che non possono più essere eluse: dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione scegliere come comunità umana e come popoli?».

Con queste parole papa Leone ci aiuta a comprendere il rischio di essere in balìa delle onde.

La consapevolezza della nostra fragilità e delle nostre debolezze, di fronte ai poteri e alle potenze del mondo, ci porta a rivolgerci al Santo dei miracoli, testimone della Signoria di Dio. Chiediamo che il Signore mantenga viva in noi la fiducia e la speranza. Chiediamo il dono di restare liberi non solo da dittature e poteri politici ed economici, ma anche da tutto ciò che può condizionare e manipolare i nostri pensieri, i nostri sentimenti e i nostri valori, fino a farci chiamare bene ciò che è male. Chiediamo, in una parola, la grazia di restare umani, con l’aiuto di Dio.

Prosegue Paolo: «Al contrario, agendo secondo verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa tendendo a lui, che è il capo, Cristo».

Questa seconda parte della frase di Paolo sposta l’attenzione non solo sui concetti di verità e carità, ma sulla prassi dell’agire.

Agendo, siamo chiamati a custodire una profonda attenzione a tutto ciò che aiuta a maturare e a crescere come persone libere e rivestite di dignità umana. La nostra preghiera al Signore, per intercessione di san Francesco e di sant’Antonio, diventa allora domanda di luce: una luce che ci aiuti a riconoscere la verità e il bene delle persone come criterio primo del nostro agire personale, familiare e sociale. Per noi cristiani, come per sant’Antonio e san Francesco, Gesù è la via, la verità e la vita. Essi lo hanno seguito con coerenza, e noi oggi ci lasciamo ispirare dal loro modo di interpretare la vita.

Hanno aperto un cammino, una strada che genera tensione, conversione e crescita continua.

Il silenzio e il raccoglimento sono i luoghi in cui possono maturare, come doni preziosi, la pace e la giustizia, e in cui possiamo custodire la nostra libertà umana.

Per questo, oggi, davanti a sant’Antonio, chiediamo una fede salda, un cuore libero e uno sguardo limpido. Chiediamo la grazia di non lasciarci trascinare dalle onde del momento, ma di restare ancorati a Cristo, per vivere nella verità, nella carità e nella pace.

Sant’Antonio accompagni il cammino della nostra Chiesa di Padova, delle nostre famiglie e di tutta la città. E il Signore ci conceda di essere, nel mondo di oggi, uomini e donne capaci di custodire l’umano e di seminare speranza.

+ Claudio Cipolla

pubblicato il 13 giugno 2026

(Diocesi di Padova)