Keshavarzian (NY University): Iran deal close but core issues unresolved

Gli Stati Uniti e l’Iran sono probabilmente piu vicini che in passato a trovare un’intesa per porre fine alla guerra iniziata il 28 febbraio, ma restano numerosi ostacoli prima di raggiungere un accordo stabile. Lo afferma Arang Keshavarzian, professore di Middle Eastern & Islamic Studies alla New York University e autore di Making Space for the Gulf: Histories of Regionalism and the Middle East (Stanford University Press, 2024), in un’intervista ad Adnkronos. Secondo lui, l’intesa attuale e ancora preliminare e non affronta compiutamente le questioni che hanno portato al conflitto regionale.

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Keshavarzian spiega che i negoziati in corso potrebbero almeno fermare i combattimenti e permettere la riapertura dello stretto di Hormuz senza che sia necessario un accordo complessivo sulla politica regionale o sul dossier nucleare. L’accordo quadro sembrerebbe basarsi su una riapertura graduale dello stretto e sulla fine del blocco contro l’Iran, ma restano molti dettagli da definire: come verra gestito il traffico marittimo, quale sara il ruolo dell’attuale governo iraniano, quale partecipazione avranno Paesi come l’Oman e quali tariffe o pedaggi saranno applicati. Keshavarzian ricorda inoltre che Teheran ha dimostrato di poter esercitare pressione sul traffico marittimo facendo lievitare i premi assicurativi per le compagnie.

Permangono pero i nodi principali che hanno scatenato la crisi: il programma nucleare iraniano, le sanzioni internazionali e la competizione geopolitica regionale. Questi temi, secondo il professore, sono stati rimandati a future trattative all’interno di un accordo piu ampio, poiche richiedono meccanismi sofisticati e compromessi difficili da negoziare rapidamente.

La sfiducia reciproca complica i negoziati: i leader iraniani si fidano meno degli Stati Uniti rispetto al passato e oggi hanno maggiore leva negoziale, mentre Washington continua a mostrare diffidenza e subisce pressioni da Israele per non concedere troppo. Questo contesto rende piu arduo definire un’intesa duratura.

Anche il mercato energetico influisce sulle scelte politiche. Keshavarzian osserva che, nonostante il forte aumento del prezzo del petrolio da febbraio, gli operatori temono che una situazione di “ne guerra ne pace” che mantenga lo stretto chiuso possa spingere ulteriormente al rialzo i prezzi dell’energia nelle prossime settimane. Un rialzo dei prezzi aumenterebbe la pressione sugli decisori americani e su Trump sotto vari profili; inoltre, le elezioni di mid-term potrebbero limitare significativamente l’agenda politica dell’amministrazione dopo il 2026.

Per quanto riguarda gli interessi in gioco, Keshavarzian ritiene che ne l’amministrazione Trump ne la leadership iraniana vogliano riaprire il conflitto su vasta scala, e questa circostanza contribuisce a mantenere, seppure fragile, il cessate il fuoco. Gli Stati Uniti dispongono di opzioni di escalation limitate, mentre l’Iran ha gia subito danni rilevanti e affronta difficolta economiche e sociali.

Tuttavia, la logica del conflitto non e scomparsa: entrambe le parti desiderano poter rivendicare una qualche forma di vittoria simbolica. Per l’Iran la posta in gioco e percepita come esistenziale: aver resistito agli obiettivi massimalisti di Stati Uniti e Israele – cambio di regime, smantellamento del programma nucleare e riduzione del programma missilistico – pone Teheran in una posizione dalla quale mira a ottenere garanzie contro futuri attacchi e risorse per la ricostruzione e per affrontare tensioni sociali interne emerse nelle proteste di gennaio.