Usa, il salasso dell’efficienza: i tagli del Doge sono finiti per costare il doppio

Personale stipendiato pur restando lontano dagli uffici, mentre le trasmissioni rimangono sospese da oltre un anno e potenze straniere come Cina e Russia approfittano del vuoto informativo: un dato riassume la dinamica e le contraddizioni del Department of Government Efficiency (Doge) nel secondo mandato di Donald Trump: 1,6 milioni di dollari a settimana. Questa è la cifra che il governo federale deve versare per mantenere oltre 400 tra giornalisti, tecnici e funzionari di Voice of America (VoA) in congedo retribuito forzato dopo il tentativo di smantellare l’agenzia. Il Doge era stato presentato come uno strumento per ridurre la burocrazia e tagliare gli sprechi.

Le misure adottate dall’amministrazione per ridimensionare l’ente hanno tuttavia trovato limiti costituzionali, trasformando l’intento di razionalizzazione in un onere economico senza una strategia operativa chiara. Il piano di azzerare la United States Agency for Global Media (USAGM), che sovrintende a Voice of America, Radio Free Europe e Radio Free Asia, prevedeva risparmi per circa 153 milioni di dollari nell’anno fiscale. Nella pratica, senza l’approvazione del Congresso — che secondo la Costituzione detiene il «power of the purse» — la cancellazione dei programmi è stata bloccata da numerosi ricorsi e ordinanze giudiziarie.

In attesa che i tribunali si pronuncino nel merito, la normativa impedisce i licenziamenti definitivi e impone il pagamento dei salari, con il rischio di sanzioni nel caso contrario. Di conseguenza, centinaia di professionisti restano fuori servizio ma continuano a essere pagati con fondi pubblici, senza poter svolgere le proprie funzioni.

Nel frattempo, sia repubblicani sia democratici a Capitol Hill hanno stanziato 643 milioni di dollari per quell’anno fiscale a favore della USAGM, consentendo all’agenzia di riprendere parte delle attività. Alcuni settori sono stati riattivati, ma solo in forma ridotta: Voice of America è tornata operativa in poche lingue rispetto alle 49 in cui trasmetteva prima della crisi di marzo 2025. Il ripristino di contratti annullati, la riassunzione del personale e l’acquisto di attrezzature hanno comportato costi aggiuntivi per i contribuenti, secondo un rapporto dell’ispettore generale del Dipartimento di Stato.

«Non si può smantellare la radiodiffusione internazionale degli Stati Uniti senza un piano», dichiara Patsy Widakuswara, caporedattrice del White House bureau di VoA, ora in congedo e tra i firmatari delle azioni legali contro l’amministrazione. Widakuswara osserva che avversari strategici come Cina, Russia e Iran stanno colmando il vuoto informativo lasciato da VoA. All’apice della sua attività, VoA raggiungeva fino a 360 milioni di persone a settimana; la riduzione dell’attività rappresenta dunque una perdita significativa sia per il giornalismo sia per il soft power statunitense.

Il caso di Voice of America non è isolato, ma segnala i limiti di un metodo di governance applicato anche ad altre agenzie. La United States Agency for International Development (USAID), responsabile degli aiuti esteri statunitensi, è stata in larga misura smantellata dall’amministrazione. Il congelamento improvviso di contratti internazionali ha generato penali elevate per la rottura delle clausole contrattuali.

L’intervento dei tribunali per violazione di direttive del Congresso — che ha creato sia USAID sia USAGM — ha poi obbligato il governo a riassumere consulenti esterni a tariffe maggiorate per garantire la continuità. Tagli frettolosi a enti di ricerca come i National Institutes of Health (NIH) e i Centers for Disease Control and Prevention (CDC) hanno interrotto studi pluriennali e indebolito infrastrutture scientifiche. Tra contenziosi sindacali, perdita di dati e danni alle strutture, l’amministrazione ha dovuto ricorrere a contratti urgenti con soggetti privati per ricostruire capacità tecniche perse. Anche il Consumer Financial Protection Bureau (CFPB) ha subito blocchi operativi, costringendo il Congresso a stanziamenti straordinari per coprire spese legali e mantenimento minimo.

Il Doge non ha dunque conseguito la riduzione della spesa pubblica complessiva; al contrario, la spesa è aumentata e l’obiettivo iniziale di tagliare 2 trilioni di dollari non è stato raggiunto. Indagini e analisi indipendenti, tra cui quelle di Politico e CBS News, hanno rilevato sovrastime dei risparmi dichiarati dall’agenzia e calcoli basati su contratti che non sono stati effettivamente cancellati. Pur avendo ridotto il personale federale di circa il 9% eliminando piccoli programmi, la maggior parte dei tagli ha riguardato contratti minori senza incidere sulle grandi voci di spesa. Al termine delle operazioni, nel luglio 2026, le riduzioni affrettate avevano generato costi aggiuntivi stimati intorno ai 165 miliardi di dollari dovuti a controversie legali, liquidazioni e interruzioni amministrative. Per esperti di finanza pubblica e diritto amministrativo si è trattato di un «effetto boomerang» sia finanziario sia istituzionale.

Gordon Adams, professore alla American University ed ex responsabile del bilancio per la sicurezza nazionale nell’amministrazione Clinton, riassume il problema: «Il Doge ha confuso efficienza con cancellazione. Smantellare enti istituiti per legge senza coordinamento con il Congresso e con i tribunali non riduce i costi: li aumenta. Si pagano penali di recesso, parcelle legali e indennità di congedo, e poi si sostengono i costi per ricostituire le strutture quando è necessario ripristinarle». L’illusione di risolvere l’«ipertrofia burocratica» con provvedimenti esecutivi si è dunque rivelata contraddittoria: quando il Congresso interviene ripristinando finanziamenti per mantenere operative le agenzie, lo smantellamento si traduce in una stasi costosa. Un’amministrazione che spende 1,6 milioni di dollari a settimana per mantenere personale inattivo non sta eliminando sprechi, ma li sta rendendo strutturali. (Di Iacopo Luzi)