Il 7 ottobre 2023 la vita di Ilana Gritzewsky è cambiata radicalmente: quel giorno è stata rapita nel kibbutz Nir Oz a 31 anni. È stata trattenuta per 55 giorni nella Striscia di Gaza, dove denuncia di aver subito violenza sessuale, umiliazioni, percosse e terrore. Dopo la liberazione ha scelto di ricostruire la propria vita; il fidanzato, Matan Zangauker, rimasto prigioniero per oltre due anni (738 giorni), è oggi al suo fianco. Ilana racconta il passato, descrive il presente e parla delle speranze per il futuro, che include il desiderio di trasmettere ai figli le proprie esperienze senza ereditare l’odio.
Sono passati tre anni da quel 7 ottobre. Cosa ricorda di quel giorno?
Ricorda chiaramente gli eventi: il risveglio al suono delle sirene, la presenza nella stanza blindata con Matan, l’ingresso dei terroristi, l’incendio e la fuga attraverso la finestra della stanza blindata. Si separarono durante la fuga e quello fu l’ultimo momento in cui lo vide. Fu catturata, trascinata e trasferita a Gaza su una moto, rendendosi conto che nessuno sarebbe intervenuto per salvarla. Più che la violenza, ciò che le restò impresso fu la sensazione che in poche ore fosse scomparso un intero mondo: la casa, il kibbutz, la vita quotidiana fatta di gesti semplici. Sottolinea che dietro ogni notizia ci sono persone reali, famiglie e routine spezzate in un attimo.
È rimasta prigioniera di Hamas a Gaza per 55 giorni. Cosa può dirci di quel periodo terribile?
Descrive quei 55 giorni come un periodo in cui il tempo perde significato. Riporta gravi lesioni fisiche — bacino rotto, mascella lussata, una gamba ustionata e danni all’udito — e condizioni di fame e sete, insieme a umiliazioni, percosse e violenza sessuale. Molte notti non sapeva se sarebbe sopravvissuta. Un altro aspetto insopportabile fu l’incertezza sul destino di Matan, della famiglia e della comunità: non sapere se qualcuno sapesse che era viva o stesse combattendo per salvarla aumentava la sofferenza quotidiana.
Come è riuscita a sopravvivere?
Parla della sopravvivenza come di una serie di azioni concrete e quotidiane: approfittare delle poche razioni di cibo, trovare la forza di bere, svegliarsi il giorno successivo e sostenersi reciprocamente con gli altri ostaggi. Racconta di una voce interiore che le diceva che sarebbe tornata a casa e di aver aggrappato a quella speranza. Dice anche di parlare per chi è morto e per chi non riesce o non potrà mai raccontare ciò che ha subito.
Ora è libera. Come riesce ad andare avanti e a elaborare il trauma che hai subito?
Definisce la libertà come un processo complesso: il corpo è tornato, ma una parte di sé è rimasta nella prigionia. Per lungo tempo Matan è rimasto prigioniero, rendendo difficile sentirsi veramente liberi. Il trauma non è finito con la liberazione: ci sono incubi, ricordi e reazioni fisiche che richiedono tempo per attenuarsi. La guarigione è stata affrontata con un team di medici, psicologi e specialisti e con il sostegno della famiglia. Per lei guarire non significa tornare esattamente com’era prima, ma imparare a convivere con l’esperienza senza permettere che definisca l’intera vita: ridere, amare, fare progetti e scegliere ogni giorno di andare avanti.
Il 31 dicembre lei e Matan Zangauker vi siete ufficialmente fidanzati. Come immagina il vostro futuro insieme?
Quando Matan era prigioniero, non osava sognare troppo; desiderava prima di tutto il suo ritorno. Ora, fidanzati, considera il matrimonio una risposta alla volontà di separarli: una scelta di vita di fronte alla morte e alla distruzione che hanno vissuto. Immagina una casa piena di risate, figli — se possibile — cene del venerdì, la quotidianità con il loro cane Nuni e l’invecchiare insieme. Questi sogni, pur essendo ordinari, per lei hanno un valore speciale dopo le esperienze subite.
Si è battuta a lungo per un accordo sugli ostaggi. Pensa che si sarebbe potuto raggiungere prima?
Ritiene questa una questione dolorosa: per gli ostaggi ogni giorno conta davvero. Ha sostenuto pubblicamente che riportare a casa le persone catturate doveva restare una priorità assoluta, perché un giorno in più può significare mancanza di cibo, cure insufficienti o conseguenze irreversibili. Pur riconoscendo che negoziati e decisioni richiedono analisi approfondite, sottolinea il costo umano del tempo: anticipare operazioni o accordi può fare la differenza tra vita e morte o tra recupero e perdita definitiva.
Come immagina il futuro? In che modo la sua idea di futuro, di pace e di convivenza è cambiata dopo il 7 ottobre?
Il 7 ottobre ha cambiato la percezione della sicurezza e della pace: non si può parlare di convivenza ignorando il terrorismo, i rapimenti e la violenza contro i civili. Definisce Hamas come organizzazione terroristica e afferma che non si può costruire un futuro migliore accettando la violenza come forma di governo. Allo stesso tempo rifiuta che l’odio diventi l’unica eredità: auspica un mondo in cui le persone possano praticare la propria religione senza paura, dove i bambini di qualunque fede crescano al sicuro e le donne non siano usate come armi di guerra. Vuole che nessuna madre debba temere per la vita del proprio figlio ogni mattina.
Cosa va cambiato a suo avviso? La pace è ancora possibile?
Propone di partire dall’educazione: le scuole dovrebbero insegnare dignità, tolleranza e rispetto per la vita umana, non odio. Suggerisce una supervisione seria e indipendente dei programmi nelle aree di conflitto per evitare che l’istruzione alimenti nuove generazioni di violenza. Per lei la pace richiede sicurezza, responsabilità, istruzione e il riconoscimento dell’umanità dell’altro. Pur portando ferite durature, rifiuta di lasciare che l’odio definisca il suo futuro e invita a far crescere figli che erediteranno le storie vissute, ma non l’odio che le ha accompagnate.