Christa Pike, l’esperto: “Iniezione letale fallita? Tre le ipotesi, effetti come avvelenamento da barbiturici”

La vicenda di Christa Pike, l’unica donna condannata a morte nel Tennessee da oltre due secoli che, ha resistito a due iniezioni destinate a essere letali, «è un dramma incredibile che da cattolico faccio molta difficoltà a comprendere e che, a mio avviso, si configura come tortura», osserva Giorgio Sesti, docente di Medicina interna all’università Sapienza di Roma, in un commento all’Adnkronos Salute. Sesti spiega che, dal punto di vista medico, esistono tre possibili spiegazioni sul perché la donna sia sopravvissuta.

La prima ipotesi riguarda la dose: in molti Stati Usa si usa pentobarbital a dosi letali, e se non ha funzionato potrebbe non essere stata somministrata una quantità adeguata. La seconda possibilità è legata alla tecnica di somministrazione: difficoltà nell’accesso venoso possono avere causato un’iniezione extravascolare, con conseguente perdita di efficacia del farmaco. La terza ipotesi riguarda la qualità e la conservazione del prodotto — il farmaco potrebbe essere stato degradato, scaduto o conservato in modo inadeguato. Secondo Sesti, questi fattori fanno pensare a una sottovalutazione o a una negligenza; una procedura che dovrebbe ridurre al minimo l’agonia ha invece provocato sofferenze maggiori che, a suo avviso, sconfinano nella tortura.

Dal punto di vista clinico, l’evento è simile a quanto si osserva negli avvelenamenti da barbiturici in caso di suicidio: si tratta di un’intossicazione che provoca profondo torpore, sonnolenza, perdita di coscienza e può evolvere in coma. L’avvelenamento autoindotto con barbiturici è infatti tra i più gravi e pericolosi.

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