Guerra ibrida, Irdi: “La soglia la decidiamo noi. E la Russia continua ad alzarla”

Negli ultimi anni si sono registrati attacchi informatici e campagne di disinformazione, sabotaggi, incendi e colpi alle infrastrutture critiche, oltre a incursioni con droni. Con il termine “guerra ibrida” si è indicata quella zona grigia in cui un avversario può danneggiare uno Stato senza ricorrere a un’aggressione militare convenzionale. Oggi però quella zona sembra ridursi: a settembre la Germania ha attribuito alla Russia il tentato attacco con droni esplosivi all’aeroporto di Lipsia/Halle, pochi giorni dopo una fregata russa ha sparato razzi di segnalazione verso un elicottero militare danese nel Baltico e un drone esplosivo è stato abbattuto sopra la Lituania. L’Unione europea continua ad adottare misure contro quelle che definisce “attività ibride” russe: sabotaggi, attacchi informatici, interferenze informative e tentativi di destabilizzazione delle istituzioni democratiche.

In questo quadro, nel discorso sullo Stato dell’Unione del 16 settembre Ursula von der Leyen ha osservato che le minacce ibride contro l’Europa sono sempre meno ambigue e ha proposto una strategia europea di sicurezza, un protocollo di emergenza che affianchi l’articolo 4 della Nato e la futura istituzione di un Consiglio di sicurezza europeo.

Per chiarire dove si trovi oggi la soglia tra attività ibride e aggressione convenzionale, Adnkronos ha intervistato Beniamino Irdi. Irdi è nonresident senior fellow al German Marshall Fund, dove si occupa di competizione tra grandi potenze, resilienza democratica e minacce ibride, ed è fondatore e ceo di HighGround, società di consulenza sul rischio politico. Il 6 novembre HighGround organizza gli “HG Dialogues” alla Luiss di Roma, un incontro su sicurezza nazionale, imprese e nuovi equilibri tra pubblico e privato.

Il presidente della Munich Security Conference ha detto all’Adnkronos che dovremmo smettere di parlare di “guerra ibrida”: se ci sono droni, esplosivi e sabotaggi, allora è guerra e basta. È d’accordo?

Negli ultimi mesi, secondo Irdi, si sono verificati due cambiamenti rilevanti nella pressione russa contro l’Europa. Il primo è che gli attacchi sono diventati più frequenti, più cinetici e più visibili, con un uso crescente di droni, esplosivi e sabotaggi. Probabilmente Mosca ha ritenuto che la nostra reazione a minacce precedenti, come cyberattacchi e disinformazione, fosse insufficiente e ha quindi aumentato la sua propensione al rischio.

Il secondo cambiamento è che la Russia sembra curarsi meno della plausibile negazione del coinvolgimento: gli episodi recenti non sono riconducibili facilmente ad attori non statali. È come se il messaggio fosse non solo “non ci importa di essere attribuiti”, ma “vogliamo che sappiate da dove proviene la minaccia”.

beniamino irdi

Quindi, siamo già oltre la nozione di guerra ibrida?

Secondo Irdi il ragionamento va ribaltato: le campagne ibride sfruttano un principio preciso, cioè che l’impatto di ogni singolo attacco non scatena una risposta forte da parte dello Stato colpito. Questa soglia non è tecnica ma politica: non è fissata da un trattato o da un manuale. La Russia negli anni l’ha progressivamente innalzata; nelle democrazie è difficile accumulare il capitale politico necessario per reagire a minacce che aumentano gradualmente, perché ogni singolo episodio sembra isolato e non abbastanza grave.

Perciò cambiare il nome del fenomeno, dicendo “è guerra”, non risolve il problema: non è il termine che impedisce una risposta efficace, ma le nostre azioni collettive che definiscono dove si trova la soglia della reazione.

Quale dovrebbe essere la risposta europea? Secondo Irdi bisogna sviluppare una dottrina comune di deterrenza: a ogni attacco devono corrispondere costi prevedibili, chiari e tangibili, superiori al vantaggio che l’attaccante si aspetta di ottenere. Proprio perché oggi la preoccupazione per le minacce ibride è diffusa, questo tema può diventare la base per costruire finalmente un approccio comune alla sicurezza europea.

I droni generano inoltre una forte componente psicologica: la percezione di impotenza amplifica l’effetto strategico dell’attacco. Se nella coscienza pubblica prevale l’idea di una minaccia costante, l’attaccante ottiene benefici indipendentemente dall’esito tecnico di ogni episodio.

Il nucleo delle minacce ibride è politico: mirano alla tenuta democratica, alla credibilità delle istituzioni e alla deterrenza. Se producono paura, divisione e la sensazione che lo Stato non sia capace di reagire, l’obiettivo è già in buona parte raggiunto.

Cosa può fare concretamente l’Europa per imporre costi alla Russia dopo anni di sanzioni? Irdi indica alcuni margini d’azione: l’energia, che resta uno strumento potente anche se con costi per noi; gli asset russi congelati, che sollevano seri dilemmi giuridici e politici ma sono a disposizione; e la dimensione convenzionale, cioè armi, intelligence e assistenza all’Ucraina. Una lezione degli ultimi anni è che la paura dell’escalation ha condizionato tempi e modalità con cui l’Occidente ha fornito aiuti militari a Kiev.

Sul tema degli asset congelati c’è il rischio che altri Paesi temano per le proprie riserve, ma Irdi osserva che non si tratta di un processo necessariamente binario: gli altri Stati non hanno intrapreso un’aggressione territoriale e una guerra che dura da anni. Molti ostacoli nel contrastare queste minacce derivano inoltre dagli stessi meccanismi delle democrazie liberali: lo stato di diritto complica alcune misure sugli asset; la necessità di rendere conto ai cittadini rende impopolari decisioni energetiche che aumentano i prezzi. Sono insieme punti di forza e vulnerabilità che gli avversari cercano di sfruttare.

Le democrazie dunque devono cambiare il loro funzionamento? Secondo Irdi bisogna riconoscere che una situazione di sicurezza eccezionale può richiedere un diverso bilanciamento di interessi e una gestione più attenta della trasparenza: esistono il segreto di Stato, l’intelligence e strutture che non operano con il medesimo grado di esposizione pubblica di un ministero. Non si tratta di abbandonare i principi democratici, ma di chiedersi come proteggerli quando vengono utilizzati dagli avversari per limitarne la capacità di reazione.

Irdi ha scritto un paper sulla necessità di un Consiglio di sicurezza nazionale italiano. Von der Leyen ha rilanciato l’idea di un Consiglio di sicurezza europeo: può funzionare?

È un’idea importante perché affronta il problema politico centrale: quando si parla di sicurezza nazionale la resistenza degli Stati membri a cedere sovranità è massima. Un Consiglio di sicurezza europeo avrebbe senso solo se dotato di poteri decisionali concreti e della capacità di produrre conseguenze; se resta un luogo di discussione senza effetti pratici, rischia di essere inefficace. Nel discorso di von der Leyen Irdi individua comunque una linea coerente: la minaccia immediata della Russia, la sfida strategica di lungo periodo rappresentata dalla Cina e gli strumenti necessari — difesa europea, nuovi meccanismi di consultazione e un Consiglio di sicurezza che favorisca un coordinamento strutturale.

Dopo l’attacco di Lipsia, la Germania ha attribuito pubblicamente la responsabilità alla Russia. È già una forma di deterrenza? L’attribuzione è importante, ma se non è seguita da risposte proporzionate si rischia di mettere in evidenza il divario tra la gravità dell’azione e la debolezza della reazione. Ogni azione manda un messaggio e i russi sono abili nel leggerli: una dottrina di deterrenza serve proprio a evitare che l’avversario concluda che a una condanna pubblica non seguiranno conseguenze concrete.

Perché l’Italia percepisce queste minacce in modo diverso rispetto ai Paesi baltici, alla Finlandia o alla Svezia? Ci sono due fattori: la prossimità geografica alla minaccia, che aumenta la sensibilità e la severità della valutazione; e una specificità italiana. L’Italia è stata esposta per decenni a operazioni e dinamiche di influenza che si sono radicate nella sua storia politica e culturale, per cui temi che nel Nord e nell’Est Europa sono ormai letti come sicurezza nazionale qui vengono spesso interpretati con categorie di politica interna.

Esiste poi un problema di consenso bipartisan sulla sicurezza nazionale. In Italia, secondo Irdi, la sicurezza è spesso vista come un tema politicamente connotato e quasi appannaggio della destra: una lettura che impedisce di riconoscere una gerarchia degli interessi e di mettere temporaneamente da parte la competizione politica. Irdi cita come esempio positivo la scelta di Emmanuel Macron di coinvolgere i leader delle diverse forze politiche in una situazione di sicurezza seria, un gesto che comunica ai cittadini che l’interesse nazionale può venire prima dello scontro quotidiano.

L’appuntamento organizzato da HighGround alla Luiss il 6 novembre nasce anche da questa esigenza. Uno dei nodi fondamentali è il coordinamento tra pubblico e privato: la sicurezza nazionale non riguarda più solo ministeri, forze armate e intelligence, ma coinvolge aziende che gestiscono infrastrutture, tecnologie, energia, telecomunicazioni, dati e filiere industriali. Le istituzioni sono più attente a questo rapporto — dall’investment screening all’export control fino alla formazione della consapevolezza nelle imprese — ma resta molto da fare. È necessario costruire un rapporto strutturato tra Stato e settore privato perché molte vulnerabilità strategiche si trovano ormai fuori dal perimetro tradizionale dello Stato.