Donald Trump appare senza soluzioni praticabili per la crisi con l’Iran. Teheran ha chiarito che, per porre fine alle ostilità, pretende il controllo dello Stretto di Hormuz e il diritto di ricevere pagamenti per il passaggio nelle sue acque, sostenendo che tale controllo sia affermato «nella prassi diplomatica e nel diritto consuetudinario». La Casa Bianca valuta politicamente inaccettabile questa richiesta. Al contempo, gli scontri continui rischiano di evolvere in una guerra regionale più ampia, osserva Politico, che segnala frustrazione nell’amministrazione e riporta dichiarazioni e analisi di cinque ex funzionari dell’era Trump. I combattimenti potrebbero degenerare in un conflitto più esteso.
In uno dei suoi ultimi post su Truth, il presidente ha definito la leadership iraniana «incredibilmente ipocrita». Ha detto che l’Iran chiede incontri — «alcuni direbbero che li implora» — per poi affermare pubblicamente di non essere in trattativa, sostenendo di parlare solo con «l’Oman». Ha aggiunto che l’Iran dichiara di voler gestire con fermezza lo Stretto di Hormuz, mentre secondo lui è già «completamente controllato» dalla Marina e dal «blocco» statunitense, e ha lanciato a Teheran un avvertimento: dovrà scegliere tra «accordo o resa totale».
Lo schema che si ripete
Nelle ultime settimane Trump ha alternato minacce di escalation a offerte di soluzione, uno schema confermato anche nel fine settimana: sabato ha annunciato su Truth di aver annullato un attacco all’Iran «a condizione che si possa raggiungere rapidamente un ACCORDO» per l’apertura dello Stretto. La dichiarazione è arrivata dopo notizie su nuovi potenti attacchi in preparazione, eventualmente mirati alle infrastrutture energetiche statunitensi. Tuttavia, dall’Iran non sono arrivati segnali di conciliazione: non ci sono indicazioni che sia disposto a rinunciare al controllo dello Stretto.
Dentro la Casa Bianca, funzionari di alto livello — tra cui, secondo il pezzo, il segretario di Stato Marco Rubio — hanno avvertito contro qualunque soluzione che riconosca a Teheran il diritto di riscuotere pedaggi. Sostengono che ciò comprometterebbe la capacità futura degli Stati Uniti di applicare sanzioni, perché altri Paesi avrebbero necessità di esenzioni per pagare i transiti, e ridurrebbe la pressione internazionale sull’Iran rispetto al programma nucleare. La scorsa settimana Rubio ha inoltre ammonito sul rischio di creare un precedente pericoloso e ripetibile.
Anche la scarsa comunicazione tra le diverse componenti del governo iraniano complica la diplomazia. «Dal punto di vista negoziale, gli iraniani si sentono in posizione di forza e questo li porta a rifiutare concessioni che potrebbero essere nel loro interesse a breve termine», osserva Alex Gray, ex capo di gabinetto del Consiglio di sicurezza nazionale nel primo mandato di Trump. Secondo Gray, questa fiducia, unita ai problemi di coordinamento interno, rende più difficile mantenere un cessate il fuoco.
La situazione di stallo
Lo stallo arriva a tre mesi dalle elezioni di medio termine, in un contesto di aumento del prezzo medio della benzina rispetto a un mese fa. Molti repubblicani vorrebbero mettere da parte la crisi estera per concentrarsi sulle misure economiche incluse nelle riforme proposte dal partito, sostenute da Trump. Ma le perdite subite dalle forze statunitensi, gli attacchi alle basi e la minaccia di missili nella regione del Golfo rendono la guerra un tema rilevante in una campagna elettorale incentrata sul costo della vita.
Anche l’aumento delle azioni degli Houthi in Yemen, sostenuti dall’Iran, contribuisce a complicare una soluzione rapida: secondo Greg Priddy, esperto di mercato energetico ed ex EIA, questo comportamento è volto a indebolire la posizione di Trump. «Sembra che gli iraniani si sentano piuttosto sicuri e pensino che ciò possa costringere Trump alla capitolazione», afferma Priddy.
Al contrario, per Fred Fleitz, ex capo di gabinetto del Consiglio di Sicurezza Nazionale di Trump e vicepresidente del Center for American Security dell’American First Policy Institute, l’intento del presidente è chiaro: non accetterà accordi sfavorevoli agli interessi statunitensi in vista delle elezioni di medio termine.
Una fonte vicina alla Casa Bianca citata dal quotidiano ha detto che il team di Trump considera improbabile trovare una via d’uscita adeguata prima delle elezioni di novembre. «È un fattore già preso in considerazione», ha aggiunto la fonte, «e sebbene non sia d’aiuto, non è determinante dal punto di vista elettorale».
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