Non e soltanto una questione di missili o di capacita di deterrenza: si tratta di una partita che coinvolge obiettivi non esplicitati, un consenso interno fragile e alleanze regionali in bilico. Nelle ore successive all’azione americana contro l’Iran, la domanda centrale non riguarda tanto la sola capacita militare degli Stati Uniti, quanto l’obiettivo politico che quella forza intende perseguire. L’Adnkronos ne ha discusso con Alissa Pavia, senior fellow all’Atlantic Council a Washington, esperta di Nord Africa e Medio Oriente e direttrice dell’area MENA di Geopolitica.info. Dalle ambiguita sugli scopi dell’amministrazione Trump alla questione del regime change, dal ruolo dei proxy iraniani alla posizione dei Paesi del Golfo, emerge un quadro fluido che potrebbe ridefinire l’intera regione mediorientale.
Negli Stati Uniti l’operazione contro l’Iran viene percepita diversamente rispetto alla narrazione europea, che spesso e molto critica verso l’amministrazione Trump?
E ancora presto per una valutazione definitiva. I sondaggi iniziali indicano che una fetta significativa dell’opinione pubblica americana non e favorevole a politiche interventiste. Aree come il Midwest e la cosiddetta “Mainland America” manifestano spesso maggiore preoccupazione per questioni economiche interne e non vedono necessariamente un intervento militare come vantaggioso. Al tempo stesso, la reazione alla morte di figure chiave e stata accolta in modo positivo da parte di alcuni segmenti della popolazione. Vi e quindi una contraddizione: chi oggi critica l’interventismo non e sempre lo stesso che, solo pochi mesi fa, chiedeva azioni piu decise contro la repressione in Iran.
C’e chiarezza sugli obiettivi strategici dichiarati dall’amministrazione americana?
No, prevale una certa confusione. Si parla di regime change, ma questo concetto e diverso da un’azione militare mirata alla decapitazione del vertice. All’inizio sono state evocati cambiamenti radicali nella leadership e nell’assetto politico; successivamente sono state avanzate analogie con situazioni come il Venezuela, che pero non rappresentano un modello chiaro di cambiamento di regime riuscito. Questa ambiguita genera incertezza nell’opinione pubblica e all’interno dello stesso esecutivo: il fatto che figure chiave non siano ancora intervenute in modo coordinato sui canali pubblici e indicativo della mancanza di una narrativa condivisa.
Dal punto di vista militare, la missione e sostenibile nel tempo?
Il dibattito non verte tanto sulla capacita militare immediata: gli Stati Uniti, con l’appoggio di Israele, dispongono di forze superiori rispetto all’Iran. La preoccupazione principale riguarda la durata dell’impegno e le sue ripercussioni politiche. Le guerre prolungate tendono a erodere il sostegno interno e il consenso puo dissolversi rapidamente se gli obiettivi non appaiono chiari. Dichiarazioni contraddittorie sull’eventuale impiego di truppe di terra aumentano ulteriormente l’incertezza: un vero cambio di regime sarebbe difficile da ottenere senza una presenza fisica sul territorio.
E realistico pensare che l’opposizione iraniana possa prendere il potere?
Questo e il punto cruciale. Stimolare una sollevazione popolare puo essere presentato come un successo politico se dovesse portare alla caduta del regime, ma rimane aperta la questione di chi governerebbe dopo. La diaspora iraniana e numerosa, ma non ha espresso una leadership unitaria e autorevole all’interno del Paese. Nomi proposti dall’esterno, come Reza Pahlavi, non godono di un sostegno interno consolidato. Se il regime dovesse crollare senza una struttura alternativa pronta a governare, il rischio di caos e instabilita sarebbe elevato. Esistono esempi storici di rivolte popolari, ma trasformarle in governi stabili e un’altra sfida.
Gli Stati Uniti hanno un piano per il “giorno dopo”, qualcosa di simile a un “piano Marshall” per l’Iran?
Non sembra che il petrolio sia l’obiettivo principale. Gli Stati Uniti oggi sono esportatori netti di energia e non hanno la stessa vulnerabilita energetica di due decenni fa. Le finalita apparenti sono piuttosto indebolire la capacita militare iraniana, ridurre la minaccia dei missili balistici e ottenere condizioni piu favorevoli in eventuali negoziati sul nucleare. Un governo ad interim filo-occidentale potrebbe contribuire a garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz e a stabilizzare i flussi commerciali internazionali, ma l’idea che l’obiettivo sia semplicemente “accaparrarsi il petrolio” non corrisponde alla realta attuale.
Quali conseguenze per la rete di proxy finanziata dall’Iran?
Gruppi come Hezbollah hanno mostrato tensioni interne anche prima di eventuali interventi, segno della loro dipendenza dall’Iran per la direzione strategica. Il rischio maggiore e la frammentazione: milizie piu autonome e meno coordinate sono piu difficili da controllare e possono generare situazioni imprevedibili e molto instabili, come gia osservato in diversi teatri regionali, incluso lo Yemen.
Questo conflitto puo ridisegnare l’assetto del Golfo?
Molto dipendera dagli obiettivi perseguiti e dai risultati concreti. Alcuni Paesi del Golfo, come gli Emirati, hanno lasciato intendere di essere pronti a sostenere azioni risolutive contro l’Iran, ma non a scapito di mezze misure che lascino il quadro strategico incerto. I governi del Golfo temono di trovarsi esposti se la protezione americana dovesse venire meno o apparire incerta; episodi passati, come gli attacchi agli impianti sauditi del 2019 e la percezione di una risposta insufficiente, hanno alimentato sfiducia. Se dovesse ripetersi una sensazione di abbandono, alcuni Stati del Golfo potrebbero cercare legami piu stretti con Cina e Russia. La sicurezza regionale e in buona parte costruita sulla garanzia americana: qualora questa protezione appaia incerta, l’assetto politico e strategico dell’intero Golfo rischia di cambiare. (di Giorgio Rutelli)