Enrico Vanzina: “Nel libro ‘Diario Diurno’ il mio viaggio in questo tempo”


Le riflessioni e le ‘confessioni’ dello sceneggiatore sull’Italia e gli italiani dal 2011 al 2021
Roma, 6 apr. Si intitola ‘Diario diurno’ la recente proposta letteraria di Enrico Vanzina, sceneggiatore e dopo la morte del fratello Carlo anche regista, nonché giornalista per le colonne del ‘Messaggero’ dopo l’iniziale esperienza al ‘Corriere della sera’. Da cosa nasce l’esigenza di scrivere un diario, una sorta di confessione laica e pubblica? “E’ un viaggio in questo tempo”, spiega Vanzina intervistato dall’AdnKronos.
“Ho cominciato a prendere appunti dal dicembre del 2011, inizialmente per appuntare alcune riflessioni per trarne spunto per i miei articoli. Poi – prosegue – ho percepito che in realtà parlare di me e dei miei stati d’animo coincideva con il parlare del nostro tempo e del nostro Paese e, dopo oltre un decennio di questi appunti, che arrivano al dicembre del 2021, ho deciso di raccoglierli in un libro: così è nato questo ‘Diario diurno’, edito da Harper Collins”.
Un titolo che richiama immediatamente alla memoria il ‘Diario notturno’ di Ennio Flaiano… “E’ un autentico capolavoro del Novecento italiano ed è stata la scintilla che ha dato il via a questo mio libro. Nello sguardo che aveva sulla vita di tutti i giorni, Flaiano ci ha insegnato che la vita è il più grande racconto che possa esistere. Nel mio lavoro, ho sempre osservato e descritto gli italiani e questo Diario mi ha fornito l’occasione di guardarli ancora meglio”.
A proposito di ‘confessioni’: Enrico Vanzina, cattolico dichiarato, si confessa con regolarità in chiesa e si è mai confessato con uno psicologo? E con il fratello Carlo durante tutta una vita? “Ho difficoltà a entrare in un confessionale, ma ho due amici sacerdoti che sono i miei padri spirituali, con i quali passeggio con le mani in tasca, con cui parlo e mi confesso e che, grazie a Dio, mi assolvono sempre”, ‘confessa’.
Prosegue poi Vanzina: “Una sola volta sono andato da uno psicologo, che poi è un mio amico, in un momento in cui avevo alcuni problemi: ci siamo visti a cena e mi ha molto aiutato. Ma ho una passione personale per la psicanalisi e oramai penso di essere il miglior psicanalista di me stesso. Quanto a Carlo, con mio fratello ci dicevamo davvero tutto in totale confidenza”.
Ma cosa sarebbe Enrico Vanzina e cosa sarebbero stati i fratelli Vanzina senza Roma? “Ci sono nato, ci vivo, la respiro fin da quando ero piccolo – ricorda – Roma si ama e si detesta al tempo stesso, come dice Flaiano ‘non vedo l’ora di andar via da Roma e quando sono fuori non vedo l’ora di tornare a Roma’… Questa città permette di fare i conti con il tempo, senza fretta; ma ti obbliga a riflettere perché qui si è fatta la Storia con la ‘esse’ maiuscola”.
Quasi alla fine del libro, Enrico Vanzina scrive che ‘tutto procede, quasi sempre, al peggio’… Pessimista di natura o lo è diventato con le esperienze maturate negli anni? “Più che pessimista, mi definirei scettico. Da ragazzo avevo appeso con una puntina da disegno sopra la mia scrivania quello che oggi definiremmo un post-it, dove era riportata una citazione da uno scrittore francese: ‘Quando le cose vanno bene non bisogna preoccuparsi, perché tanto tutto passa!’… In realtà, sono un ottimista nascosto, dietro il mio scetticismo che potrebbe essere inteso come pessimismo”.
Se la vita è un film, come spesso si ripete, nella vita di Enrico Vanzina chi sono stati gli interpreti principali e chi le comparse? “Le vere protagoniste sono state le persone comuni, che ho incontrato per strada e per caso; anche gli stessi attori e attrici e registi con cui ho condiviso tanti film li ho sempre visti come persone, non come divi o personalità del cinema”.
(di Enzo Bonaiuto)

(Adnkronos)