Gilles Routhier: la chiesa del futuro è in mezzo alla gente

Padova, dicembre 2021. Quale futuro delle chiese d’Occidente? Come “re-inventare” l’antica chiesa, in un contesto sempre più mondiale: è il tema su cui il teologo Gilles Routhier (ordinario alla Facoltà di teologia e di scienze religiose dell’Université Laval – Québec, Canada, dove insegna ecclesiologia e teologia pratica) è intervenuto alla Facoltà teologica del Trivento nell’ambito del corso di teologia pastorale del prof. Andrea Toniolo.
«Ci troviamo davanti alla necessità di elaborare, in un tempo radicalmente nuovo, una figura inedita di chiesa – ha esordito –. Questo è fare atto di tradizione, cioè esprimere in forme nuove quello che abbiamo ricevuto. Non si tratta di “re-inventare l’antica chiesa”, ma di esprimere il vangelo, che ricevuto dallo Spirito istituisce la chiesa, in forme nuove e di dare una nuova figura al cristianesimo».
L’operazione non è semplice a realizzarsi e il divenire sempre più mondiale della chiesa pone una sfida particolare.

Gilles Routhier fa riferimento alla chiesa di Québec, che oggi vive nel contesto di quella che Charles Taylor chiama la terza secolarizzazione, cioè in un mondo dove Dio non fa più parte dell’orizzonte della vita e del discorso degli uomini: «Ci si accontenta di un mondo senza orizzonte trascendente nel quale si nasce, si vive e si muore senza apertura all’infinito. È il tratto della cultura che, a mio parere, determina la situazione attuale» afferma il teologo canadese.
C’è una figura di chiesa che passa, che cade in rovina in ragione delle divisioni, del clericalismo, della mancanza di lucidità e di determinazione a operare delle vere e autentiche conversioni, degli abusi (autoritarismo, pedocriminalità, abusi spirituali e finanziari…). La pandemia ha la sua parte, ma non bisogna attribuirle la totalità del disfacimento attuale.

Una chiesa marginalizzata

Sancire la fine di questa figura di chiesa e rinunciare alla sua restaurazione è il passaggio necessario per pensare la chiesa del futuro, che Routhier vede come «una chiesa fragile e povera, non per scelta ma per fatalità; una chiesa spogliata e spossessata, privata dei suoi beni (economici, finanziari e immobiliari), povera in risorse pastorali, privata della sua influenza e della sua potenza. Come nel caso dei poveri – prosegue – sarà marginalizzata, non la si inviterà più nei luoghi di potere, non la si sentirà più nei media, non la si considererà più nei libri di storia, verrà schernita per le sue opinioni». È a questa realtà, già alle nostre porte, che bisogna pensare.

Fra le risorse a cui attingere per pensare la situazione nuova, Routhier indica la figura evangelica del servo, richiamando Lumen gentium, n. 8 e Ad gentes, n. 5. «Cristo non cessa, nel corso del suo ministero, – spiega – di formare i suoi discepoli affinché essi adottino un’altra prospettiva; non una visione di potenza e di dominio, ma una prospettiva di servizio, di umiltà, che includa la marginalizzazione, la persecuzione, l’essere messi a morte. Non comprenderanno questa prospettiva che dopo la sua Pasqua». Accanto a questo, cita l’esperienza dei monaci trappisti in Algeria. «Spogliata, svuotata di ogni pretesa di potere, la comunità ha avuto un irraggiamento spirituale più importante nel momento in cui ha saputo farsi solidale con le persone colpite dalla crisi: la comunità non aveva altro ruolo che quello di essere segno, segno di comunione e di riconciliazione in mezzo alla gente».

Ridefinire la chiesa: un progetto di conversione

Ecco allora uno spunto per pensare la chiesa quando diventa marginale: essa deve ridefinirsi. «Questa reimpostazione – spiega Routhier – non si concentrerà più su quanto perde in numero, in opere, in prestigio sociale, ma formulerà in maniera positiva un progetto: chi siamo noi in questo luogo? A cosa siamo chiamati? Cosa possiamo divenire? Se si confondono questa due realtà – fare numero ed essere segno – i progetti di evangelizzazione risultano spesso distorti. Non si può pensare questo futuro in modo matematico, con gli occhi fissi sulle evoluzioni demografiche, sulla curva delle pratiche religiose e sulle statistiche relative al numero dei preti e dei membri».

Il progetto di farsi segno non può essere intrapreso come ripiego ma dev’essere abbracciato volontariamente, ritrovando come san Francesco la gioia del vangelo nella povertà. «Ciò richiede una conversione – sottolinea – in quanto tale progetto sollecita la chiesa a sviluppare una vera solidarietà con il popolo nel quale è inscritta». Questa solidarietà non consiste nel dare qualcosa, ma nel vivere con l’altro. «Non si tratta semplicemente di essere una chiesa che dona, mantenendosi in una posizione di superiorità, ma cercare di essere “una chiesa povera per i poveri”, secondo l’espressione di papa Francesco». Bisogna dunque puntare su progetti in cui si creano legami con gli altri, piuttosto che fare delle opere che domandano molti mezzi.

«Questa chiesa non sarà più clericale – aggiunge – ma darà fatta di comunità disseminate: sarà una “chiesa del vicinato”, una chiesa mescolata, e non al margine, con la vita degli uomini, delle donne e dei bambini». Ciò suppone, come scrive papa Francesco a proposito della parrocchia, «che realmente stia in contatto con le famiglie e con la vita del popolo e non diventi una struttura prolissa, separata dalla gente, o un gruppo di eletti che guardano a se stessi. La parrocchia è presenza ecclesiale nel territorio, ambito di ascolto della Parola, della crescita della vita cristiana, del dialogo, dell’annuncio, della carità generosa, dell’adorazione e della celebrazione» (EG 28).

«Secondo il mio parere – conclude Routhier – la chiesa di Québec ha un avvenire. Non nella restaurazione del passato, ma nello sviluppo di una nuova figura che rappresenta un incontro fecondo del Vangelo nella cultura».

Paola Zampieri

(Facoltà Teologica del Triveneto)

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