Comunicato stampa: “Padova nel Dogon. Il Dogon a Padova”

Apre al pubblico sabato 15 maggio al Palazzo della Ragione la eccezionale mostra “Padova nel Dogon. Il Dogon a Padova”.

La storia di una piccola associazione di Padova che ha realizzato grandi progetti in Mali si intreccia con la storia di una antica popolazione africana dalla grande tradizione e cultura in una “doppia mostra” all’insegna della conoscenza e della ragione.

Inaugurazione su invito venerdì 14 maggio, ore 17:30

“Padova nel Dogon. Il Dogon a Padova” è una mostra articolata in due chiavi di lettura compenetrate tra loro: la storia emblematica di Progetto Dogon Odv, l’associazione di volontariato padovana che da oltre 15 anni aiuta la popolazione Dogon nel Mali, con la documentazione dei numerosissimi interventi realizzati sul posto, e allo stesso tempo è una rassegna, mai realizzata prima d’ora, di sculture e oggetti d’uso di eccezionale bellezza, espressione della antichissima cultura del popolo Dogon. La “doppia mostra” vuole dunque essere un momento di riflessione e di consapevolezza, unendo insieme cultura, solidarietà e volontariato e si rivolge in particolare , anche con incontri specifici, alle nuove generazioni e al mondo scolastico.

Il realizzarla dentro il Palazzo della “Ragione” ha aggiunto un momento ulteriore di forza fondato sulla reciproca conoscenza fra le popolazioni e le culture in un mondo sempre più interdipendente. Con essa si conclude anche l’anno di Padova Capitale europea del volontariato.

La mostra è stata realizzata con il patrocinio del Comune di Padova e in collaborazione con gli Assessorati alla cultura e alle politiche educative e scolastiche del Comune.

Paolo Menè presidente di Progetto Dogon spiega: «Aiutare gli africani a casa loro” al di là di ogni strumentale interpretazione di una definizione recentemente abusata, è stato l’obiettivo concreto di un inizialmente piccolo gruppo di padovani che, poi costituitosi in onlus nel 2009, hanno voluto operare concretamente nella regione del Dogon , particolarissimo territorio del Mali, dopo drammatiche esperienze dirette che ne avevano evidenziato la difficilissima situazione sanitaria in cui versavano e versano quelle popolazioni e in particolare l’infanzia.

Dal Centro Sanitario di Weré alla “Dependance” , luogo di accoglienza delle equipes mediche padovane e italiane, agli edifici scolastici e altro, senza dimenticare le adozioni a distanza, tutto è raccontato da foto testimoni delle realizzazioni e degli eventi correlati, resi più evidenti da appositi testi descrittivi.

All’insegna dell’ambizioso progetto “100 pozzi per il Dogon” dopo gli aiuti iniziali della Regione Veneto, della Provincia di Padova e dello stesso Comune di Padova, l’entrata “in campo” della Fondazione Cariparo nel 2012, ha consentito la creazione di una rete di ben 250 pozzi di acqua potabile capace di servire numerosissimi villaggi pari ad una popolazione di 150.000 abitanti. Per tale opera sono stati concretamente attuati nuovi impianti, rifacimenti e le doverose e necessarie manutenzioni.

Realizzazioni che hanno portato insieme all’acqua lavoro e fonte di occupazione locale specie per i più giovani contribuendo a fermare la spinta migratoria e, insieme, a resistere al reclutamento estremistico di “Al Qaeda” e di altre frange terroristiche locali purtroppo pericolosamente presenti nel Mali. Questa mostra è stata possibile grazie alla disponibilità dell’Amministrazione comunale della città e in particolare del sindaco Sergio Giordani e degli assessori Andrea Colasio e Cristina Piva che ringraziamo di cuore.

Un grazie speciale va a Umberto Knycz che ha messo generosamente a disposizione la splendida collezione alla quale si è dedicato in tanti anni di frequentazioni del “primo” continente dal quale è iniziato il lungo cammino dell’umanità.

Un particolare ringraziamento alla Fondazione Cariparo che è stata sempre vicina alla onlus Progetto Dogon in tutti questi anni aiutando in modo cospicuo le attività di creazione, sostituzione e mantenimento della rete di pozzi della falesia di Bandiagara».

Elio Armano, che ha più volte incontrato i Dogon nei suoi viaggi in Africa e che ha ideato e curato la mostra, ne spiega la genesi e le ragioni: «L’Africa è tanto grande quanto la sua rimozione, come se ignorarne l’esistenza potesse servire all’egoismo introflesso e irresponsabile dell’Occidente che sul rifiuto degli immigrati come sulla negazione dei mutamenti climatici e dell’universalità delle vaccinazioni, pare continui a fondare le proprie inutili e falsamente comode certezze.

Non vanno certo dimenticate tutte le meritorie organizzazioni internazionali e nazionali, laiche e religiose, e le tante singole personalità, autorevoli o sconosciute, che operano con determinazione quotidiana in difficile controtendenza; purtuttavia il compito è immane, sempre in ritardo e colpevolmente ostacolato da riduttive e inquietanti posizioni che di politico e civile nell’accezione più nobile del termine non hanno nulla.

Anche se qui parliamo di scultura, va detto con chiarezza che, per essere davvero compresa e “aiutata”, l’Africa ha bisogno di uno sguardo lungo, che niente ha a che fare con un atteggiamento caritatevole o assistenzialistico, men che mai di tipo turistico, da parte di coloro che la attraversano nella sua sterminata grandezza, varietà e complessità, una parte di mondo che pesa e peserà sempre di più, e non solo per i fenomeni inesorabilmente in atto, ma per lo sviluppo complessivo del suo stesso futuro. Questa è, essenzialmente, la motivazione della mostra nel Palazzo della Ragione, fortunosamente preparata durante la pandemia e venuta ad essere momento conclusivo di Padova Capitale europea del volontariato: una sorta di dichiarato senso di impotenza e dei propri limiti, che consapevolmente ha animato e anima l’attività più che decennale di una Onlus nata a Padova quasi occasionalmente ancora nel 2005 e formalizzata nel 2009».

Prosegue Armano nel suo appassionato racconto: «Per una sorta di involontario contrappasso, la mostra è ospitata in Salone, quasi a sanare e fare ammenda di quelle lapidi bicolori che rammentano ancora oggi “l’Impero fascista” sulla facciata municipale che dà su piazza delle Erbe. Pure geografie marmoree, testimonianze di archeologia recente che non raccontano purtroppo la pagina immonda del colonialismo, la rapina di risorse e il genocidio dei quali si sono macchiati gli italiani “brava gente” nel secolo scorso.

Sullo sfondo di una mostra di sculture africane c’è tutto questo e, insieme, la quotidiana drammatica lotta per sopravvivere alle condizioni durissime della natura, a partire dalla mancanza di quell’acqua, che per noi si è continuato e si continua a pensare inesauribile. Questa doppia esposizione, che unisce la “storia” di una piccola Onlus e una collezione di manufatti di una particolare regione del Mali, è stata pensata come una sorta di recinto/conchiglia nelle cui pareti interne si dipanano vicende, progetti, realizzazioni mentre al centro, come una perla, racchiude una rassegna di oggetti raccolti da Umberto Knycz in tanti anni di viaggi e di lavoro. Il tutto sotto la volta del Salone, sulle cui grandissime pareti affrescate si dispiegano la cultura laica e religiosa del mondo cristiano medievale in una sorta di grande cosmogonia. Termine questo che ben si presta al confronto tra un luogo simbolo della nostra città e della sua cultura e i Dogon, particolarissima popolazione che, pur non avendo altro che una cultura orale, ha nel tempo elaborato una complessa conoscenza cosmogonica del suo stare sulla terra unita inscindibilmente alla capacità di leggere il cielo che ha fatto di questi uomini, conoscitori di Sirio, i “figli delle stelle”.

Una mostra che presenta oggetti di grande valore non solo estetico ma anche culturale e antropologico. I pezzi della collezione, della quale è qui esposta solo una ragionata selezione, sono testimoni ultimi di una vera e propria concezione del mondo – spiega ancora Armano – dove ogni cosa aveva la sua ragion d’essere dentro una visione animistica e politica, con le società segrete degli iniziati, con gli orti magici e i piccoli boschi nascosti tra le rocce, accessibili solo dopo lunghe preparazioni iniziatiche. Un mondo dove la scultura, che rappresenta l’espressione più nota e diffusa dei Dogon, è accompagnata da una vera e propria architettura, altrettanto riconoscibile nei suoi stilemi, e dalle stesse pitture che si ritrovano, come a Songo, in grandi pareti rocciose, sfondo dei riti di passaggio dei fanciulli all’età adulta, continuamente “rinfrescate” nella loro inconfondibile policromia e simbologia nel corso del tempo fino a oggi. Stilemi pittorici che sono presenti anche nelle superfici di pareti di fango, in tessuti e nelle stesse parti piane delle maschere. E dal durissimo legno di quella regione vengono le tante statue, siano esse piccole o grandi, singole o in coppia, e le celebri maschere. Un infinito inventario formale di sembianze semplificate, ora umane, ora animali, che hanno dato vita a quell’immaginario iconico “africano” che, da Apollinaire a Picasso, da Braque a Modigliani, ha sovvertito l’esangue e finito mondo dell’arte occidentale ottocentesca, non solo introducendo stilemi sconosciuti, ma soprattutto quei rinnovati approcci alla rappresentazione che, insieme ai nuovi confini della scienza, all’avvento della fotografia e del cinema, del microscopio e della psicanalisi, hanno rovesciato il mondo e la sua rappresentazione. Un’arte tutt’altro che barbara e primitiva, con la quale l’occidente ha un debito immenso, mai onestamente dichiarato e comunque ambiguamente riconosciuto: senza l’incontro con la fonte ispiratrice africana non darebbero nate “Les demoiselles d’Avignon” di Picasso, i pezzi totemici di Brancusi, il cubismo, parte dello stesso futurismo macchinistico e tutto quello che ne è seguito nei primi anni del ‘900, compreso tanto surrealismo e le stesse opere del primo Giacometti, e che ha determinato in modo irreversibile non solo lo sguardo dell’arte moderna e contemporanea, ma la stessa immagine dell’architettura delle nostre città e la forma di innumerevoli oggetti d’uso comune, a partire da quelli cosiddetti di design riservati alle élites più colte ed abbienti».

La mostra rimarrà aperta fino al 30 giugno prossimo: una occasione unica per conoscere un popolo antichissimo e una cultura sorprendente che rimanda alle radici dell’uomo e allo stesso tempo scoprire il meritorio impegno di una Associazione padovana che dedica tutta se stessa, fin dal proprio nome, a aiutare questa popolazione a migliorare le proprie condizioni di vita e contemporaneamente a proteggere e salvaguardare la propria identità dalle sirene della modernità e della globalizzazione.

(Padovanet – rete civica del Comune di Padova)

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