Covid, farmaci o analisi prima del vaccino? Domande e risposte

È utile assumere farmaci prima di fare il vaccino per evitare reazioni avverse? “È del tutto inutile”. A rispondere, e a fare chiarezza, è la Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri attraverso ‘Dottoremaeveroche’, il sito anti fake news della Fnomceo, dopo le recenti segnalazioni della possibilità di una rarissima ma potenzialmente grave reazione avversa che si può verificare entro 10-15 giorni dalla vaccinazione con i vaccini anti-Covid Vaxevria* di AstraZeneca e Janssen di Johnson&Johnson, che hanno fatto aumentare gli interrogativi dei cittadini. 

“È del tutto inutile – chiariscono i medici – assumere aspirina o eparina prima o dopo la vaccinazione per cercare di azzerare il rischio, già minimo, di questa reazione. Nessuno di questi medicinali può infatti raggiungere questo obiettivo, mentre, assumendoli, si aggiunge al rarissimo rischio di effetti collaterali del vaccino quello molto maggiore di questi medicinali, senza che possano apportare alcun beneficio”, ammoniscono gli esperti. 

“Anzi, l’eparina – si legge sul sito – potrebbe creare a sua volta la reazione che determina contemporaneamente trombosi e trombocitopenia, e farlo molto più spesso del vaccino. Lo stesso vale per gli antistaminici: nel raro caso di una reazione allergica – chiarisce il portale Fnomceo – sarà il medico vaccinatore a intervenire o a prescrivere la cura necessaria. Anche cercare di prevenire i sintomi più comuni che si possono verificare in seguito alla vaccinazione come febbre, mal di testa, dolori muscolari, non serve. Il paracetamolo o l’ibuprofene, infatti – ricordano i medici – vanno assunti solo nel momento in cui si sviluppano i sintomi e non in maniera preventiva”. 

Anche sottoporsi a esami del sangue preventivi non ha nessuna utilità. “Trattandosi di una condizione così rara e particolare, su base immunologica e non assimilabile ad altri fenomeni trombotici – si legge sul portale anti fake news della Fnomceo – nessun esame del sangue è in grado di segnalare un maggior rischio o escludere la possibilità di subire questa reazione”.  

“Non serve contare il numero di piastrine né valutare la tendenza alla coagulazione del sangue – chiarisce Rossella Marcucci, professoressa associata di Medicina interna all’Università di Firenze e a capo del Centro di riferimento regionale per la trombosi dell’Ospedale Careggi – Lo stesso si può dire per il dosaggio di autoanticorpi caratteristici di malattie autoimmuni, che, come si è detto, non rappresentano uno specifico fattore di rischio”. 

(Adnkronos – Salute)

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