Il rito della penitenza nella terza forma: prospettiva teologico-morale

La celebrazione del sacramento della penitenza secondo la terza forma, vissuta in occasione delle festività natalizie, ha riscontrato una positiva accoglienza da parte di molti fedeli. È già questo un buon motivo per tornare a riflettere su questa forma celebrativa per evidenziarne i tratti distintivi, le opportunità e i limiti. Questo contributo, pensato in prospettiva teologico morale, vuole contribuire a questa riflessione soffermandosi su due aspetti.

I. L’iter di riforma del rito della penitenza promossa dal Vaticano II: guadagni e limiti

Il sacramento della penitenza ha conosciuto significativi processi di trasformazione nel corso dei secoli. È stato vissuto in diversi “sistemi penitenziali” che organizzano in modo originale gli elementi fondamentali del rito: l’annuncio della Parola di perdono, il pentimento interiore, l’accusa dei peccati, i segni di penitenza e riconciliazione, l’assoluzione. L’aver dato un peso eccessivo a uno di questi elementi a scapito di altri sembra all’origine delle diverse crisi che la prassi sacramentale ha conosciuto e tuttora conosce. Consapevole di ciò il Vaticano II ha promosso una sua riforma che registra ancora oggi un esito incerto.

Le tappe di ricezione del mandato conciliare mostrano una costante dialettica tra l’attenzione al tradizionale accento posto sull’accusa-assoluzione individuale e la nuova attenzione alla riconciliazione che rimanda alla dimensione comunitaria. Nel dibattito emerge con frequenza il timore che l’accento posto sulla riconciliazione porti verso una sorta di “antropologizzazione” ed “ecclesiocentrismo”, anche in ragione degli effettivi abusi della forma comunitaria che nell’immediato postconcilio si sono conosciuti. Così dagli anni ‘70 in poi si susseguono ripetuti interventi del magistero a difesa della confessione individuale auricolare e della celebrazione frequente di devozione. La celebrazione comunitaria è valorizzata nella seconda forma come preparazione alla confessione individuale in funzione pedagogica, mentre la terza forma è concessa solo per casi di necessità. Anche la prima forma, che riprende la prassi tradizionale della celebrazione individuale, conosce un rinnovamento, ma questo non risulta efficace a motivo degli stessi destinatari. Infatti, penitenti e confessori lo hanno recepito secondo la vecchia mentalità (dire tutti i peccati per ricevere l’assoluzione) senza individuare e apprezzare adeguatamente gli elementi di novità che intendevano aggiornare la figura della Confessione per farne una vera celebrazione: il ruolo centrale della proclamazione della Parola di Dio, le nuove preghiere del penitente di ispirazione biblica (in sostituzione dell’atto di dolore), la formula di assoluzione ampliata…

Le questioni discusse, e tuttora aperte, sono legate alla ricezione della teologia tridentina: la relazione tra riconciliazione del peccatore per colpa grave e confessione di devozione del peccato veniale; la modalità di distinzione dei peccati e della loro confessione (integralità); la comprensione della conversione come processo e la sua restrizione puntuale a livello liturgico e sacramentale.

Non è raro, poi, vedere che il tentativo di aggiornamento della confessione va nella direzione del dialogo di aiuto: la confessione rischia così di snaturarsi e piegarsi ad altri scopi.

II. Elementi fondamentali del rito, in particolare gli “atti del penitente”

La riflessione teologica ha contribuito al processo di riforma cercando di distinguere, nella celebrazione del sacramento, il nucleo dogmatico intangibile e gli elementi storicamente contingenti, suscettibili di modificazioni. Questo sforzo di discernimento trova il suo punto cruciale nell’interpretazione dell’insegnamento del Concilio di Trento, in particolare la dottrina circa la necessità della confessione individuale di tutti i singoli peccati. Gli elementi costitutivi del sacramento sembrano individuabili nell’incontro tra il cammino di conversione compiuto dal peccatore e il gesto della chiesa che lo accoglie annunciando il perdono e donando la riconciliazione.

La teologia scolastica ha pensato gli elementi costitutivi del cammino di conversione nel sacramento della penitenza secondo lo schema dei tre atti del penitente: contrizione, confessione e soddisfazione. Va notato che questo schema differisce dalla conversione battesimale la quale non richiede la confessione dei peccati, ma quella di fede e non prevede la soddisfazione. Rimane perciò da spiegare per quale ragione nel sacramento della penitenza la confessione debba avere necessariamente la forma di enumerazione dei singoli peccati e non possa trovare un’adeguata espressione nel riconoscere davanti a Dio la propria condizione di peccatore. Se così fosse, cadrebbe l’obiezione che solitamente si fa circa la debolezza della confessione dei peccati nella terza forma della celebrazione.

Per essere veramente umana la conversione deve certamente trovare forma espressiva (aspetto debole della terza forma), ma questa non deve essere necessariamente quella evidenziata dal modello giuridico tridentino (aspetto problematico della prima forma). In questa prospettiva va ripensata l’integrità dell’accusa, mai riducibile alla sua materialità (improbabile) e ugualmente va ripensata la “soddisfazione” come azione che attesta la conversione e la ridonata comunione.

Il rinnovamento del sacramento, pertanto, domanda di recepire il cambiamento che la riflessione morale ha maturato intorno al tema del “peccato” passando da una visione legalistica (morale degli atti), individualistica (perdita della dimensione sociale e comunitaria) a un approccio che recupera la dimensione teologica e personale unitamente a quella sociale e comunitaria della celebrazione e del cammino penitenziale. Gli atti del penitente, essenziali per la forma e il dinamismo sacramentale, vanno pensati non nella loro materialità puntuale ma in prospettiva personale e nel dinamismo del cammino di conversione. Più che di atti si tratta di un orientamento (opzione fondamentale) che riporta il peccatore alla sua vita battesimale e va a modificare la sua mentalità e il suo agire storico. Questi atti non vanno letti in prospettiva giuridica formale, ma in quella del cammino di conversione della persona sotto la guida dello Spirito santo. L’ascolto della Parola di Dio, che nel rinnovamento del sacramento della penitenza, in particolare nella celebrazione comunitaria, ha ritrovato la sua giusta collocazione, assume così il valore centrale di annuncio del perdono che muove al pentimento, apre alla confessione di fede alla cui luce si legge la vita e rende possibili le azioni di carità che attestano la ritrovata bontà.

Questo dinamismo non manca di certo nella terza forma della celebrazione della penitenza.

mons. Andrea Gaino
docente di Teologia morale
Studio teologico “San Zeno”
Istituto superiore di Scienze religiose “San Pietro martire”
Verona

(Facoltà Teologica del Triveneto)

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