Amore e giustizia – 1. La giustizia profezia della chiesa

Si intitola “Amore e giustizia voglio cantare”: la giustizia profezia della chiesa. Il caso del rapporto tra teologia e diritto alla luce dei dibattiti suscitati da Amoris laetitia, il convegno inter-facoltà che si terrà l’11 marzo 2021, online, organizzato da Facoltà teologica del Triveneto e Facoltà di Diritto canonico San Pio X di Venezia (vai alla notizia).

Iniziamo una serie di approfondimenti affrontando il tema con don Giuseppe Mazzocato, docente di teologia morale alla Facoltà teologica del Triveneto, membro del comitato scientifico del convegno e curatore del focus che la rivista della Facoltà Studia patavina ha dedicato a Il rapporto tra morale e diritto: questione ecclesiale, questione civile (vai alla notizia).

Professor Mazzocato, in epoca moderna, morale e diritto canonico quasi si sovrapponevano, specie nell’insegnamento dei seminari e nella gestione del sacramento della confessione. Nel secolo scorso la teologia morale ha poi intrapreso un rinnovamento che, fra i vari effetti, ha portato anche a un allontanamento della riflessione morale dal diritto. Qual è stata la novità più rilevante?
«Le novità sono più d’una. Tra esse l’acquisizione della categoria della temporalità: il riconoscimento del rapporto che il soggetto umano intrattiene con il tempo, o meglio con i tempi della sua vita, è un ambito fondamentale della moralità. Il “dovere” morale riguarda non solo Dio, gli altri e le cose, ma il soggetto di fronte agli eventi della sua vita. Il senso del dovere è dunque qualcosa che solo la coscienza del soggetto percepisce e discernere, con l’aiuto anche di altre persone».

La relazione pastorale come si approccia al dato ontologico fondamentale che è il rapporto del soggetto con se stesso?
«La relazione pastorale non può avere come prima mediazione la legge o la disciplina ecclesiastica, ma l’ascolto di ciò che il soggetto ha vissuto, il racconto dei “tempi” della sua vita. Questo è un approccio obbligato e nessuna esigenza disciplinare può bypassarlo, perché si tratta di corrispondere al dato antropologico, alla condizione umana. In altri termini, nella relazione pastorale con le persone occorre porre molta attenzione all’aspetto motivazionale prima che alla conformità dell’atto alla legge».

Il discernimento come si pone in questo contesto?
«Il discernimento si riferisce, appunto, al rapporto delle persone con i tempi della loro vita ed esige capacità di accoglienza e ascolto. Il giudizio morale non può che far seguito a questo esercizio di ascolto».

Qual è il nodo del rapporto fra diritto e pastorale?
«Le questioni che meritano riflessione sono più di una e superano la mia competenza. A me pare utile questo richiamo alla dimensione temporale della persona umana, in ordine a una comprensione del ruolo della dottrina e della disciplina nella chiesa».

In quale senso possiamo parlare della giustizia come profezia della chiesa?
«Se la profezia è una parola per il futuro, la determinazione a coltivare e maturare un rapporto sempre più virtuoso tra amore e giustizia mi sembra sia una delle parole che la chiesa oggi pronuncia per il futuro dell’umana convivenza».

Qual è la caratteristica propria della carità pastorale?
«La carità pastorale, amando profondamente la legge che attesta il bene, è anche capace di aiutare la persona a discernere i tempi della conversione, facendo sì che il Bene divenga il bene “della persona”».

Il concetto di “morale” quindi si amplia.
«Il problema morale non è solo l’ignoranza dei principi primi o l’erranza nell’applicarli, ma i tempi nel riconoscerli e nell’applicarli. Se nel passato la realtà della persona e del suo tendere al Bene appariva più facilmente congrua con la dottrina della chiesa, ora si avverte la necessità di cogliere la complessità della soggettività dell’uomo, i processi e le dinamiche che sostanziano il suo cammino verso la salvezza, che non possono essere pienamente abbracciati nel linguaggio dottrinale».

Possiamo dire che la morale è “soggettiva”?
«Affermare la soggettività dell’istanza morale non comporta l’adesione a un relativismo morale: un conto è il relativismo e un conto è la relatività del Bene alla persona. Tale distinzione presuppone una visione antropologica che abbia acquisito la dimensione temporale come dimensione fondamentale».

L’introduzione di una scansione temporale nel concepire il rapporto tra coscienza e norma mostra che sono cruciali gli atteggiamenti con cui ci si rapporta alle persone. Ma non si corre il rischio che ciò vada a scapito della “custodia” della dottrina?
«Se la disciplina ha come primo riferimento la promozione della persona, essa cercherà di capire i modi e i tempi di tale promozione e nel far ciò non relativizza la dottrina che è chiamata a custodire. La promozione della persona è infatti il segno che la dottrina è ben custodita. Il discernimento dei tempi e dei modi è tanto importante quanto la fedeltà alle formule dottrinali e alla loro traduzione normativa».

Che cosa è richiesto al pastore?
«È chiesta l’adesione alla tradizione della chiesa, ma in pari tempo una capacità di ascolto e di comprensione di quanto la persona che ha davanti ha vissuto e sta vivendo. In senso generale, potremmo dire che prima di un’attività giurisprudenziale è chiesta al pastore un’ermeneutica dei vissuti».

Qual è il contributo delle scienze psicologiche nella definizione del profilo morale dell’uomo?
«Nella storia di ogni persona, nei suoi comportamenti e nelle sue scelte, influiscono molteplici fattori, propri del carattere, dell’ambiente e delle vicende biografiche del soggetto. Le scienze psicologiche hanno aiutato non poco nella comprensione di tali fattori».

E questo è sufficiente?
«Oltre a questo, e forse più in profondità, ogni uomo deve sostenere una lotta con la debolezza e l’ambiguità della sua volontà, il cui rimedio si pone innanzitutto sul piano motivazionale e quindi sulle scoperte che la persona fa circa i modi del vivere e il suo destino ultimo. Il profilo morale dell’uomo lo incontriamo a questo livello».

Amoris laetitia apre nuove prospettive?
«La questione della coscienza non può porsi, oggi, negli stessi termini in cui è stata posta nella teologia manualistica, dal momento che è profondamente mutato il modo di concepire l’uomo e la sua soggettività. La coscienza è interpellata dagli eventi, prima che dalla legge, la quale tuttavia è riferimento imprescindibile in tale discernimento: alla fine essa stessa ne è toccata e se ne impongono riformulazioni».

Analogie e differenze con il diritto laico, nel dinamismo fra il primato irriducibile del soggetto nella sua singolarità e l’oggettività della legge che pretende di dire qualcosa valido per tutti?
«Il confronto con il diritto laico documenta innanzitutto il rischio di una deriva legalista del diritto, sempre latente anche nella vita della chiesa. Offre inoltre la consapevolezza della fatica che si incontra nell’applicazione della legge. In ambito civile, tale fatica è da più parti imputata a un difetto della teoria del diritto, mentre in ambito ecclesiale corrisponde alla necessaria quanto impegnativa articolazione tra amore e giustizia. Se confrontata con il contesto civile, l’assunzione di tale fatica ecclesiale assume appunto un valore profetico. La fedeltà all’uomo impone di evitare sia il legalismo, verso cui piega il diritto civile, sia un superficiale e pretenzioso arbitrio, in nome dell’amore».

Potremmo parlare di un cambio di paradigma: da norma-coscienza a norma-azione pastorale?
«La questione del rapporto tra legge e azione pastorale non corrisponde alla classica questione del rapporto tra legge e coscienza, intesa tradizionalmente come il rapporto tra generale e particolare, tra oggettivo e soggettivo. La normazione delle condotte, in coerenza con la dottrina della chiesa, va vista in funzione della promozione delle persone, il cui scopo è la conformazione a Cristo. Le due cose non sono contrapposte, ovviamente. È questione di accenti, ma non è questione da poco, nella prassi pastorale effettiva».

E qui entra in gioco la misericordia…
«La misericordia non si limita a invocare la clemenza del giudice, non nell’atto del giudicare, il quale deve corrispondere alla verità delle cose, ma nell’applicare la legge. La misericordia, in altri termini, non media il rapporto tra norma e coscienza, ma il rapporto tra la norma e l’azione pastorale, dove l’obiettivo non è tanto appurare il grado di colpevolezza, che rimane nella sua realtà, ma i margini di promozione. La legge deve essere fatta agire come strumento di promozione della persona. È chiaro che, in tale prospettiva, l’ascolto viene prima del giudizio, perché la Grazia viene prima della legge».

Paola Zampieri

(Facoltà Teologica del Triveneto)

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