Chiesa domestica Luogo e profezia a cui Dio s’affida

Con tremore, ma anche con un sorriso, il tempo del coronavirus ci ha sollecitati a ripensare la realtà della chiesa domestica, anzitutto per negare l’equivalenza che ci spinge a identificare la famiglia-chiesa domestica con la famiglia nucleare, ben insediata nel proprio appartamento chiuso, autoreferenziale, autosufficiente. La chiesa domestica non è una mini-chiesa. Se così fosse, la piccola- chiesa entrerebbe in conflitto con la Chiesa Madre, se ne sentirebbe strumentalizzata, magari derubata delle sue proprie potenzialità. Chiesa domestica è – invece – la prima frontiera dell’essere Chiesa in uscita. E non solo perché abita tra le case della città dell’uomo, ma perché è un centro prezioso dell’essere popolo nella Chiesa. Il dono dell’essere chiesa domestica è l’abitare a pieno titolo la città dell’uomo in collegamento – legame – partecipazione a tutte le altre chiese domestiche che formano il popolo di Dio. E dunque essere chiesa domestica fondata sul Sacramento delle nozze è luogo e profezia dell’essere Chiesa. Ma un equivoco potrebbe essere a portata di mano, fin troppo facile: la chiesa domestica dovrebbe essere la famiglia “santa”, dove non fanno capolino difficoltà, incomprensioni, fatiche e dolori; se ciò fosse possibile, questo sarebbe un tradimento dell’essere Chiesa- in-cammino, che si misura ogni volta sempre di nuovo sulla grazia della redenzione. Ma in che cosa la famiglia-chiesa domestica è luogo di profezia? È avamposto dell’abbraccio definitivo tra Chiesa e mondo salvato?

La prima profezia (mai del tutto compiuta) è il suo essere-per: ogni membro familiare conosce nel profondo (anche se spesso se ne dimentica) il canto della reciprocità: perfino sul viso del neonato, attorno ai quaranta giorni, spunta il sorriso come inconsapevole grazie! L’essere- per nel circolo familiare è profezia e memoria (che non possono essere disgiunti) dell’amore del Padre che ha voluto l’essere umano “a sua immagine e somiglianza”.

La seconda profezia è il bene della differenza (opposto all’assimilazione e al possesso): l’essere in famiglia non soltanto come un maschio e una femmina, ma quell’uomo e quella donna usciti dalla propria storia, è radicale contestazione del potere dell’uno sull’altro, profezia dello Sposo venuto per servire.

La terza profezia è il valore dell’intimità, per cui nella chiesa domestica si può stare l’uno accanto all’altro con fiducia, senza autodifendersi: profezia e memoria dello Spirito che chiama alla “verità tutta intera”.

E potremmo continuare, senza espungere l’incomprensione e il dolore che spesso abita le nostre famiglie. Perché ciò sarebbe auto salvezza titanica e rifiuto del dono – immeritato – di essere chiesa domestica immersa nel popolo di Dio in cammino. La storia della salvezza è appunto storia, a volte dolorosa, incarnata nella rete di chiese domestiche che tengono vivo il sogno di Dio originario, archetipo, affidato alle famiglie-chiesa: e cioè che un giorno, mano nella mano, passeggeremo con Dio, lo Sposo, nel Giardino definitivo.

Maria Teresa Zattoni Gillini

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(Diocesi di Padova)

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