"Operazioni online concluse": la 'dissidente' e' stata espulsa dal movimento. La ratifica della fuoriuscita della senatrice gia' decretata dai 5 stelle, e' avvenuta tramite votazione online sul blog... (leggi tutto)
Il 18, a Terni, c’è stata una manifestazione di 10.000 persone. Nessuno s’è contrapposto stavolta alle tute blu, ma nessuno si è scaldato troppo, nemmeno i campioni del giornalismo etico televisivo. Non sono mancati politici ed uomini di governo solidali che “stavano” dalla parte giusta. Tranquilli. Quasi bastasse questo invece che soluzioni urgenti e radicali. La “canzoncina” è stata che bisogna battere i pugni a Bruxelles. Silvio Berlusconi ha detto che non dobbiamo sbattere i tacchi mettendoci sugli attenti, anzi che possiamo sforare tanto dall’Unione non ci cacciano. Davanti ai siderurgici disperati: tutti a chiedere di essere determinati con Bruxelles.
Ve la sbatterei io la testa di ferro a Bruxelles! Appena c’è una questione vera, solida come l’acciaio appunto, tutti chiedono a tutti di sbattere qualcosa. Si chiama scaricabarile siderurgico. Specialità italiana di recente conio con cui si intende l’abilità di stare coi pugni levati e le mani in tasca. Vogliamo dire agli operai dell’ILVA, della Berco, degli Acciaiai Speciali di Terni, ed anche all’IG Metall, alla Merkel ed a Barroso che l’Unione europea del 2013 non è più la CECA del 1951?!? Non sono le quote latte! Il mercato interno del comparto anche con una competizione ed innovazione radicale è cambiato e migliorato anche in qualità, ma è saturo a causa della crisi e dovrebbe guardare comunque alla competizione mondiale?
Il sindaco di Terni è un medico, ma ha parlato più chiaramente dei politici: “La normativa antitrust ci penalizza e penalizza l’Europa. Impedisce che si formino aziende di grande rilevanza capaci di competere sul mercato mondiale. La normativa va modificata”. Del resto è uno che è stato eletto con lo slogan “facciamo acciaio mica cioccolatini”. Per evitare che le regole catturate dai più forti e liberi su scala mondiale penalizzino i migliori mantenendoli piccoli, bisogna cambiare. Gli antieuropeismi di maniera sono fuori luogo se non aiutano a cambiare ciò che di obsoleto c’è nel sistema di regole europee. Su questo si dovrebbero fare cortei, non delegazioni a Bruxelles e non solo per per l’AST di Terni, ma anche per l’ILVA commissariata dalla magistratura che, comunque ne esca, dovrà competere in condizioni analoghe con un carico ancora più drammatico. Del resto nessuno vuol dire, neanche in Confindustria, che dove non hanno dovuto acquisire dalla mano pubblica trentennale un colosso che già avvelenava, i Riva, con tutti i loro difetti hanno prodotto bene e rispettosamente.
Il piano per la siderurgia presentato finora a Bruxelles non ha questa radicalitá. Non bisogna battere i pugni ma aprire una durissima vertenza di sistema e in diverse direzioni. Ma per le politiche industriali, la politica e l’informazione, il sindacato e le organizzazioni datoriali sono cieche o strabiche e guardano altrove: all’ILVA o alla spada dei magistrati che atterra impianti, distretti e città sulla base di ragionamenti spesso discutibili e a corrente alternata, espropriando arbitrariamente e preventivamente le risorse che andrebbero investite affinché l’impossibile risanamento avvenga ad opera dell’insipiente mano pubblica.
Un leninismo di prima della Nep! D’altro canto davanti a difficoltà e tragedie si preferisce rabbonire il popolo con l’ordalia del sangue, il lavacro giudiziario delle colpe, immaginando che il martirio orribile delle vittime sul lavoro si saldi martirizzando manager e impresa a prescindere dalle responsabilità dirette, immaginando la responsabilità politica e la colpa del profitto. Così può avvenire che manager e imprenditori siano in carcerazione preventiva per reati consumati in decenni, che altri subiscano indagini e condanne di vario grado. Qualcuno di loro continua a tirare la carretta, assieme ai sindacati, ma col cappio al collo. Ma queste sono cose che anche tra colleghi non si usa dire, non si sa mai, non sta bene e poi potrebbe toccare a me. Ho mescolato di nuovo politiche industriali e giustizia, ma lo giuro: non ho cominciato io.
Fosse pure il peggiore criminale dell’Universo, noi italiani dovremmo a Beppe Grillo riconoscenza secolare per aver tentato di liberarci dalla più devastante delle mistificazioni culturali, che ci induce a credere che in democrazia l’intera classe dirigente: dai professori, professionisti, giornalisti e fino ai giudici, debba aspettare che i politici facciano politica o ci mandino in bancarotta.
Tutto falso. Grillo ci ha dimostrato che non serve salire o scendere in politica per fare politica. Lui coordina un quarto dei politici italiani senza essere politico e senza una tessera di partito; ma avendo capito, primo e unico in Italia, che la democrazia è il governo del popolo, non dei politici.
E se un popolo con decine di milioni fra diplomati e laureati aspetta e spera nei professionisti della politica, come il contadino guarda il cielo sperando che le nuvole gli innaffino l’insalata, e pazienza se poi gliela grandinano, allora un popolo così, di politica democratica, non vive.
In democrazia i politici stanno alla politica, non più dei giornalai al giornalismo. Sono collettori non produttori di politica. Firmano o approvano migliaia di leggi, ma niente di ciò che fanno è opera di un solo politico. Ci vogliono interi eserciti di consulenti e di tecnici che realizzano prodotti finiti, ma collegialmente, perché la complessità della politica necessita di una cultura interdisciplinare di cui nessun singolo soggetto è autosufficiente.
Quindi i partiti e i politici sono semplici contenitori della politica che gli italiani hanno la bontà di riversargli. Come i giornalai aspettano il lavoro dei giornalisti trasformato in giornali da vendere.
Ecco perché a Grillo dovremmo fare un monumento da vivo, per aver liberato gli italiani dalla idea demenziale che si debba aspettare con pazienza che i professionisti della politica facciano politica, impiegando eserciti di tecnici e consulenti strapagati, e magari più ignoranti di loro.
La buona politica in democrazia sorge, non piove. E se un popolo di diplomati e laureati, di Beppe Grillo ne ha uno solo disposto a sporcarsi le mani gratis, a mettersi in gioco per la collettività, sia pure a sbagliare e a pagare, allora quel popolo non merita di fallire una volta, ma mille.
Tutti quegli intellettualoni che hanno sostenuto Grillo, pensando poi di usarlo, e ora lo criticano perché sta perdendo potere, sono l’Italia peggiore, sono l’invasione di locuste che ha raso al suolo popolo e Stato, usando la cultura (acquisita al 90% a spese della collettività che butta il sangue) solo per egoistici e miopi interessi individuali, e mai gratuitamente in funzione del bene comune.
Quella gente non merita di vivere in democrazia, perché mai spenderà i suoi soldi o la sua cultura a vantaggio di tutti; ma solo per derubare o rovinare tutti a vantaggio proprio.
Perciò, grazie Beppe Grillo per aver liberato questo Paese dalla schifosa mistificazione che riconosce alla classe intellettuale il diritto e l’autorevolezza culturale e morale di criticare la qualità della politica altrui, senza mai sentire il dovere di dimostrare la propria, se non da tecnico o consulente strapagato ed esente da qualunque responsabilità.
Il tuo linguaggio necessariamente aggressivo fornisce ai tuoi avversari l’alibi per attaccarti, e induce non certo i migliori dell’M5S a mettersi contro di te, a farsi espellere o a lasciarti. Non preoccuparti, tu hai già vinto così. Hai dimostrato che la “casta” italiana, considerata inamovibile e strapotente da milioni di Pilato che ci mangiano a lavarsi le mani; per te che hai capacità e coraggio di sporcartele, ha la consistenza della ricotta fresca, ti basta indurre gli elettori italiani adulti e vaccinati a farsela in un sol boccone.
Io non ho l’abitudine di fidarmi delle parole altrui e non ho votato per il tuo movimento. Ma per quello che hai già fatto, mi sento il dovere di ringraziarti. Hai cambiato una grossa fetta dei politici romani. Ora però, a cambiare politica devono pensarci loro.
Quando Emma Bonino venne nominata ministro degli Esteri molti osservatori, più o meno neutrali, giudicarono la scelta come una delle poche note positive di un governo piuttosto incolore. Una sorta di “risarcimento” per l’ennesima mancata elezione al Colle: ogni sette anni, si ripropone il tormentone del “Presidente donna” e la Bonino viene puntualmente collocata tra le più papabili al ruolo. Come sappiamo è andata diversamente anche stavolta, con il vecchio Napolitano riconfermato a guida e guardia di un accordo di ampia convergenza tra i due maggiori schieramenti politici.
Sui primi atti del governo c’è poco da dire, semplicemente perché non è che sia stato fatto molto. Si è rinviata la prima rata dell’Imu, in attesa di tempi migliori, e si cerca di scongiurare un innalzamento dell’Iva che rappresenterebbe la pietra tombale per il piccolo commercio in Italia. Si discute, poi, in termini generali, di lavoro giovanile (dimenticando gli over che non trovano ricollocazione) proponendo discutibili ricette – come la cosiddetta “staffetta generazionale” – già provate in passato con esiti piuttosto deludenti. In realtà si tratta di una manifestazione di impotenza: ben sapendo che, allo stato attuale, è impossibile aumentare i posti di lavoro, si cerca di porre in essere una politica “conservativa” tendente a ridistribuire quel poco di lavoro che c’è inducendo i “vecchi” a lasciare spazio ai giovani come se, per l’appunto, i lavoratori più anziani navigassero nell’oro.
La realtà, invece, è che si naviga a vista: se 12 mesi fa il precedente ministro del Lavoro allungava l’età pensionabile, discettando di “invecchiamento attivo” (espressione politically correct per dire «fine lavoro mai»), instaurando una fortissima competizione generazionale ed irrigidendo il mercato del lavoro in nome della lotta al precariato, oggi si sostiene il contrario, ovvero si afferma la necessità di una maggiore flessibilità sul lavoro e sul fronte pensionistico.
Il Financial Times, sempre attento ai destini dell’Italia, comincia a pungolare Letta evidenziando il “ritmo lento” del suo governo: ma forse non è un male che l’esecutivo limiti al minimo i suoi interventi, soprattutto in presenza di idee non troppo brillanti, anche perché il comune uomo della strada al solo sentir parlare di “riforme” comincia a mettersi paura.
In una situazione, come questa, grave ma non seria, si inserisce bene Emma Bonino, la pasionaria radicale, da quarant’anni in politica, che appare ai più come una novità al punto tale da risultare, nei recenti sondaggi per il Colle, la più gradita degli italiani. Ricordando che qualche settimana fa molti hanno avuto una sbornia per Stefano Rodotà, del quale probabilmente avevano ignorato fino a quel momento l’esistenza, ci sarebbe da domandarsi se siano i social network a condizionare autonomamente la realtà oppure se i vari Twitter e Facebook abbiano bisogno di essere preventivamente “imbeccati” da qualche guru interno o esterno. Chi decide cosa abbia valore all’interno di un social network, al punto tale da creare un hashtag di successo, rappresenta, insomma, un tema di discussione interessante.
Di Emma Bonino colpiscono almeno due recenti dichiarazioni che, in un Paese in cui la politica estera non interessa a nessuno, sono passate un po’ in secondo piano. Riferendosi al caso dei due marò, la radicale ha affermato che il nostro Paese non si trova nelle condizioni morali per fare troppa pressione sulle autorità indiane a causa delle ripetute condanne subite dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per le lungaggini e le sofferenze inflitte ai propri carcerati. In qualsiasi Paese normale ci si domanderebbe se un simile ministro faccia gli interessi dello Stato di appartenenza o quelli di altri, ma alle nostre latitudini, di solito, si fa molta più strada nella seconda ipotesi. Senza contare che l’argomentazione della Bonino (il guardare prima in casa propria) è sistematicamente utilizzata dai regimi autoritari per giustificare i propri misfatti di fronte ai cosiddetti Paesi democratici.
Ma la dichiarazione più singolare è quella che riguarda la Turchia ed Erdogan. Di fronte al Parlamento, Bonino ha equiparato ciò che stava succedendo a Istanbul alle manifestazioni americane come Occupy Wall Street, di fatto minimizzando la portata della repressione attuata dal governo turco attraverso la polizia. I mezzi di comunicazione di casa nostra si sono limitati a registrare la dichiarazione senza alcuna linea di commento realmente critica, in nome di una realpolitik, evidenziata dalla stessa Bonino, che è poi quella dell’ingresso, a tutti i costi, della Turchia nell’Ue (prospettiva data dalla radicale come ineludibile). Ma ciò non toglie che l’equiparazione, tra la repressione attuata dai turchi e le dimostrazioni avvenute in America, sia inaccettabile. Il dilemma è chiaro: o Bonino non sa quel che dice (e sarebbe grave per un ministro degli Esteri) o è in malafede (comunque grave ma normale per un politico). In Turchia quasi tutti gli osservatori registrano casi, ripetuti, di intimidazioni sui manifestanti e veri e propri reati come il sequestro di persona e la violenza sessuale. Si è arrivati ad arrestare, in quattro e quattr’otto, decine di avvocati che avevano deciso di difendere i dimostranti. Si sono multate le televisioni che davano conto, minuto per minuto, degli scontri, adducendo come motivazione «il danneggiamento dello sviluppo fisico, morale e mentale di bimbi e giovani». Il premier Erdogan ha detto a chiare lettere che i social network, e Twitter in particolare, sono «una piaga» ed il suo partito ha rincarato la dose sostenendo che il «web è uno strumento di cospirazione, un ostacolo alla serenità e alla pace sociale». Ed in questo quadro sconfortante che fa la Bonino, la pasionaria dei diritti umani? Minimizza l’accaduto sostenendo che in fondo non siamo di fronte ad una nuova piazza Tahrir ma solo ad una versione “ottomana” di Occupy Wall Street.
Davvero imbarazzante. Ma coerente. D’altronde è pura e semplice realpolitik. Meglio tenersi buona la Turchia. Chi siamo noi (che abbiamo avuto Genova) per giudicare? E poi chissà che troppa democrazia non faccia male all’Europa, come comincia a sostenere qualche commentatore riportando parole provenienti dalla Cina…
Milano, 16 giu. Linea dura.... (leggi tutto)
Vendola: ''Siamo allo showdown''
Certo che il Pd sa sempre stupirti. Non appena c’è un accenno di miglioramento, ecco, allora, è proprio quello il momento, l’istante preciso in cui, frann, succede. C’è sempre qualcuno che si mette a lavoro per rimettere le cose a posto. Nel senso di riportare il Pd alla sua vocazione perdente e minoritaria. E oggi è il momento del leaderismo. Gli “ismi” sono quei suffissi con cui, nel Pd, si tende a dare un’accezione negativa di qualcosa, qualsiasi cosa, per lo più un concetto, spesso un valore, che, al contrario, è per sua stessa natura, altamente positivo.
Come leadership, ad esempio.
Ed ecco che quando qualcuno sta per fare un passo importante, di quelli che ti cambiano la vita e che hanno solo del positivo nel percorrerli, altri, sempre, tirano fuori gli ismi dalla tasca e ammoniscono. Già, perché i movimenti che riesce a generare quel livore accumulato da chi negli anni ha vissuto con la frustrazione di non riuscire mai a fare ciò che avrebbe voluto, ecco, quella roba lì è pericolosissima. E’ l’impotenza che prende il sopravvento sulla ragione, in un parola, è l’invidia. E l’invidia non si presenta mai con la sua faccia. Specialmente in politica, o tra i politici. La storia del nostro paese è costellata da grandi occasioni perse per quei movimenti contrari che s’innescano quando è l’invidia a guidarli.
E oggi tocca a Renzi. Il pericolo imminente. Il ragazzo che vuole fare il leader e che, soprattutto, ha un grande limite per loro, per gli “ismofiliaci”: piace alla gente. E piace perché parla in modo semplice, parla a tutti e non costruisce la propria autorevolezza su una fragile impalcatura fatta di retoriche intellettuali, tipiche del bagaglio culturale della sinistra italiana, quella d’élite, quella dominante fino ad ora. Ma la sua è un’autorevolezza, ed una leadership, fatta di carisma. Il carisma, una qualità che non s’impara, o ce l’hai o non ce l’hai. E una leadership che prende forma da un carisma innato fa paura a quei mediocri che hanno fatto della retorica, quella populista, quella demagogica, quella dei “lavoratori in piazza”, quella del “siamo una comunità di donne e di uomini”, quella della “natura egualitaria del partito”, insomma, quella che ha fatto cadere il Pd al suo minimo storico.
Già, perché la leadership, in realtà, è sempre stato il problema del Pd. Non la vogliono, la fuggono in ogni modo. La temono. Forse perché un leader non consentirebbe alla duma del partito di fare ciò che vuole, in termini di gestione dei gruppi di potere e dei gruppi di interesse, insomma, le lobby interne del Pd. Altro che correnti, lobbyne da ortolani, dellefratte centriche. Il resto del mondo sembra non contare e tutto, per loro, orbita attorno a Sant’Andrea delle Fratte. Locus loci.
Ecco, il timore dello snaturamento verso un leaderismo, per loro, altro non è che il timore di un arretramento delle loro posizioni dominanti che, in ogni modo, anche dopo una tragica sconfitta elettorale alle politiche ed una evidente perdita di voti assoluti, pur nella recente vittoria elettorale, li porta a marcare il territorio della propria riserva, la sola entro cui riescono a stare. E non è che non capiscono, è proprio ciò che vogliono, restare confinati dentro quel recinto ideologico rassicurante. Perché, in fondo, è il solo che conoscono, il solo entro cui sanno camminare. Corrono verso una scissione e gridano bandiera rossa, senza ancora chiamarla per nome. Ma lo faranno, lo faranno presto. E torneranno ad avere il proprio ismo. Perdenti, minoritari ma contenti.
Le epoche vivono innanzitutto delle loro parole. E non fa eccezione il confuso panorama di questo scorcio finale di Seconda repubblica, che sembra tendersi in bilico fra formule antiche – le Convenzioni costituenti, i franchi tiratori, le regole statutarie – e nuove realtà – le primarie, con annesse e derivate parlamentarie e quirinarie, gli streaming, gli tsunami –. Tra un ritorno alla Prima repubblica e un salto nella Terza (o nel buio?), anche nelle parole che si pronunciano.
C’erano, un tempo, le formule astratte e oscure del «politichese», quello caro alla Dc ma anche al Pci, quando insomma i partiti ancora esistevano e non si vergognavano di chiamarsi «partiti» preferendo l’insegna di «movimenti», «unioni», «federazioni», «patti», «scelte» o rifugiandosi – tendenza del centrosinistra degli anni Novanta, forse archiviata – in un repertorio botanico fitto di querce, margherite, trifogli, girasoli, ulivi.
Quel politichese cifrato sapeva di accenni e non-detti; non solo di convergenze parallele, per citare il più leggendario degli ossimori scudocrociati, ma anche di progressi nella continuità, cauti accostamenti e via complicando. Va detto: malgrado tutto, era un parlare di politica; e un parlare meno lontano di quanto si pensi dal linguaggio della politica dei tempi recenti, che quando è di fronte alla complessità non ci risparmia contorsioni e opacità (tornano allora non sfiducie e pre-incarichi, si rispolverano sventurati caminetti, spuntano governi di cambiamento, del presidente, di servizio, governissimi).
Sono nate, d’altro canto, parole nuove, dal significato talvolta inafferrabile (cosa distingue la macchina del fango dalla gogna mediatica? E fra dossieraggio e killeraggio politico?). Creazioni originali di giornalisti, spesso – è il caso di inciucio, sottobraccista, pianista, cosa bianca, pasdaran –; (in)felici innovazioni lessicali che provengono dagli stessi politici – come rottamatori, utilizzatore finale, trota, spirito del Lingotto, Porcellum, persino casta –, talora.
Ma sempre più corposo è l’apporto di ambienti che nella Prima repubblica o non esistevano o erano tenuti ai margini del discorso pubblico: il web e la satira. Si devono al web tunnel Gelmini e #Sucate, tormentoni sospesi fra goliardia e indignazione. Alla satira, e quindi negli ultimi anni a Crozza che ha monopolizzato la satira politica in tv, maanchismo e smacchiare il giaguaro. Che nella stagione del bersanese, quel linguaggio denso di modi di dire vagamente contadini, espressioni di saggezza spiccia, si renderà protagonista di un triste cortocircuito diventando slogan elettorale, grido di battaglia un po’ guascone ma più che altro fondamentalmente grottesco («lo smacchiamo! lo smacchiamo!», nella goffa invocazione oggi rimasta malinconicamente senza padri).
Il tema di fondo è che la politica – tutta: quella dei politici, ma anche quella dei giornali – parla molto, forse troppo, ma sembra aver perso le parole.
Se la politica parla di governi di scopo come se in genere i governi non avessero uno scopo, di governi di servizio come se di solito non servissero, non fa politica: gioca con le definizioni, si rintana dietro a concetti vuoti. Se i giornali sguazzano nelle frivolezze pruriginose del bunga bunga e di papi e riempiono le cronache di predellini, lenzuolate, cespugli e fasi due come per riaffermare un codice del quale si sentono parte, allora non «dicono» più, non informano: si compiacciono, alludono, motteggiano.
Quando poi un giorno la politica si sarà ripresa le parole forti, le parole piene, quelle parole che sapranno essere azioni e dunque politica, allora si potrà davvero guardarsi indietro e sorridere dell’estro di chi si inventò sottobraccista, del gusto per il macabro di chi coniò Dalemoni e Veltrusconi, dell’amore per la metrica di chi a Mattarellum affiancò Porcellum, Vassallum, Provincellum. Sempre che quel giorno arrivi.
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Mercoledì 19 giugno alle 19, presso la libreria Arion di piazza Montecitorio 59, aperitivo di presentazione del libro di Lorenzo Pregliasco Il crollo. Dizionario semiserio delle 101 parole che hanno fatto e disfatto la Seconda repubblica (Editori Internazionali Riuniti).
Partecipano, raccontando una parola a testa: Alberto Di Majo, Marta Grande, Tommaso Labate, Maria Teresa Meli, Fabrizio Rondolino, Ivan Scalfarotto, Domenico Scilipoti, Filippo Sensi @nomfup, Luca Telese. Coordina Marco Di Fonzo.
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