 Schermaglie al gelato con Sonia Romanoff in Via Veneto (1963). Dal sito di Rino Barillari Roma, 6 feb. Mezzo secolo, ma il mito della 'Dolce Vita' resiste malgrado tutto: gli anni, la crisi, gli scandali. "E soprattutto le centinaia di fotografi improvvisati, senza professionalita' e senza amore per il mestiere, che trasformano questa arte in un mercato", sottolinea all'ADNKRONOS Rino Barillari (nella foto con Sonia Romanoff), storico fotografo del 'Messaggero' che, oggi come cinquant'anni fa, non smette di immortalare con il suo obiettivo le serate (e le nottate) dei vip, di stanza o di passaggio nella capitale.
"In tutto il mondo, Roma e' anche 'Dolce Vita': basta oltrepassare i confini nazionali per sperimentare che oramai e' diventata un pezzo di Storia per la citta'. E allora - propone Barillari - perche' il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, non celebra come si dovrebbe questo 50 anniversario, dando un riconoscimento morale a questi fotografi? Si potrebbe, ad esempio, dedicare alcune strade ai fotografi che hanno fatto la cronaca, direi quasi la storia, di quell'epoca resa un mito dal film di Federico Fellini. O magari, intestare proprio alla 'Dolce Vita' uno spazio di Roma. Chiunque vada all'estero e parli con la gente, appena dice 'Roma' si sentira' rispondere 'La citta' della dolce vita'...".
I 'paparazzi', insomma, come figli illustri di una citta' che, ospitando gli studi cinematografici di Cinecitta' la 'Hollywood sul Tevere', non poteva che richiamare da tutta Italia, dall'Europa e dall'America registi, attori, attrici, cantanti e artisti in genere. Puntualmente 'beccati' dai flash dei fotografi a caccia di vip. "Ma quella caccia aveva regole ben diverse, rispetto alla jungla di oggi. Noi aspettavamo il personaggio, cercavamo di coglierlo con uno scatto in una mossa o in una situazione particolare. Ma c'era anche rispetto reciproco, quasi una sorta di osmosi: perche' il nostro lavoro non poteva esistere senza di lui ma il personaggio era tale anche per le nostre foto".
Il rispetto non escludeva, pero', qualche reazione 'sopra le righe' per non dire di vere e proprie scazzottate... "E' vero. Ma noi non ci appostavamo come si fa oggi con giganteschi teleobiettivi decine e decine di metri lontano. Noi eravamo li' a un metro, guardavamo il vip negli occhi, scattavamo i flash a 'tiro di pugno' e poteva capitare che l'iniziativa non era gradita. Ma rischiavamo in proprio e agivamo anche con grande spirito di complicita' tra noi fotografi: la rissa con uno di noi diventava la foto per l'altro".
Oggi non sembra che le cose vadano cosi'... "Direi proprio di no - risponde Barillari - E poi, ormai chiunque abbia una macchina fotografica, una telecamerina o magari anche solo un telefonino in mano si improvvisa fotografo. Non sai mai se e' un professionista o un ragazzino dilettante o semplicemente curioso, un 'tassinaro' o uno 007 o magari un delinquente. Tutti a fare fotografie. Ma lo spirito non e' quello del giornalista, ma quello del mercante, di chi scatta il flash per vendere la foto, magari allo stesso personaggio che ha ritratto". Vuol dire che per voi la soddisfazione consisteva nel vedere il giorno dopo la foto pubblicata sul giornale, mentre oggi il massimo successo si raggiunge proprio vendendo la foto affinche' non venga pubblicata? "Proprio cosi'. C'e' chi fa piu' soldi con le fotografie restituite piu' che con quelle sviluppate e messe in pagina. Ma questo, al paese mio, non si chiama professionalita', si chiama ricatto. E chi lo fa non e' un vero fotografo ma un ricattatore o, nel migliore dei casi, solo un volgare mercante".
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