di Gianfranco La Grassa 3. Nella lotta per il conseguimento della propria autonomia, i gruppi dominanti delle formazioni (paesi) subordinati ad una dominante (e dunque legati in una catena di predominio che va spezzata) devono prendere di punta la finanza, approfittando soprattutto di quei momenti di crisi in cui essa si squilibra rispetto al "reale" e si presenta perciò nel suo aspetto apparentemente parassitario, suscitando violenta avversione da parte di una rilevante quota della popolazione, appunto subornata e rovinata da questa "peste" (e dalla "febbre borsistica"), così come in un primo tempo ne era rimasta affascinata e speranzosa di facile arricchimento. Se si mira realmente all'autonomia, la finanza deve essere ricondotta con energia (politica, anche con metodi di forte autoritarismo) alla sua funzione di stimolo dell'economia reale. Questo obiettivo non è però il più rilevante, così come crede il solito ideologo economicista, poiché è in realtà il corollario della tensione ad una meta più alta: la riconduzione della finanza sotto il controllo di quei gruppi dominanti che perseguono l'autonomia e che, per ottenerla, rompono la catena di subordinazione rispetto alle strategie dei gruppi dominanti della formazione predominante (mettiamo gli Usa), catena il cui lato finanziario si è particolarmente esposto ed indebolito nella crisi, mostrando il suo "aspetto iniquo", la rovina della "gente", il divorare i deboli e gli "ingenui", che a volte si ribellano.
Nel capitalismo moderno del XX secolo, due sono state le più decise "metodologie" (termine non proprio adatto) tese a ricondurre la finanza sotto il controllo delle strategie di autonomia, che hanno poi avuto quale ricaduta particolare - quella che ritiene l'attenzione dell'economicista, ne rinforza la convinzione ideologica - la costrizione, o almeno pressione, esercitata sulla finanza affinché svolgesse la sua funzione di credito per stimolare la produzione reale (e le eventuali innovazioni in essa). Un tentativo è stato appunto quello del nazismo nel suo abbattimento della Repubblica di Weimar, "regno" della finanza subordinata al legame con i predominanti statunitensi (predominanti anche durante la "grande crisi", che avrebbe dovuto travolgerli secondo il superficiale economicismo). I nazisti riuscirono pienamente, e in un batter d'occhio, nel tentativo. Tuttavia, quest'ultimo ebbe una violenta coloritura nazionalistica e revanscista; non la "giusta" difesa della propria indipendenza bensì l'aggressione a quella altrui. Inoltre, come lo zoliano Saccard, il nazismo identificò il finanziere "cattivo" (perché c'è poi sempre quello "buono" che dovrebbe riscattarsi "eticamente") con l'ebreo, cadendo in una spaventosa spirale di esasperato razzismo. Guai a chi fosse ancora affetto da questa gravissima forma di "astigmatismo"; andrebbe a sfracellarsi contro ostacoli non visti come accadde al nazismo.
L'altro tentativo è più contorto e mascherato da una diversa ideologia. Fu quello della rivoluzione "comunista" ("bolscevica") soprattutto nel suo obbligato prolungamento mediante la "costruzione del socialismo" (e in "un paese solo"). Il processo fu obnubilato dalla forte convinzione della "dittatura del proletariato", di cui strumento decisivo fu pensata essere la proprietà statale dei mezzi produttivi (ideologizzata come sostanzialmente socialistica e prodromo della proprietà collettiva da parte dei produttori) e il piano d'imperio, tramite cui venivano assegnate opportune quote delle risorse (fattori produttivi) ai diversi settori per ottenere quel tipo di sviluppo coordinato, senza crisi (che si manifesta anche mediante accentuate sproporzioni), in cui si pretendeva di decidere preventivamente anche i tassi di crescita armonica. In questo contesto, si pensò di poter ragionare in termini sempre reali, con la moneta utilizzata, al massimo, quale semplice strumento contabile. Bettelheim ha dimostrato che non fu così e che la moneta non fu mai soltanto unità di conto. In ogni caso, il fallimento del "socialismo reale" toglie acqua alla discussione. La crisi di tale sistema fu manifestamente socio-politica e non semplicemente economica.
In entrambi i tentativi citati, la crisi e la sconfitta non dipesero assolutamente dal fallimento del controllo sulla finanza (e sui guasti connessi alla duplicazione della merce in "cosa e moneta"), che fu invece senz'altro riassorbita nell'impiego per scopi "reali"; i motivi dell'impasse furono direttamente, e dunque scopertamente, politici. Il fatto è che nel capitalismo novecentesco, la finanza prende invece il davanti della scena e, sia nelle fasi ascendenti sia in quelle critiche, lascia supporre che siano fondamentali, nel bene e nel male, le manovre monetarie (da qui derivano pure le sciocchezze sul signoraggio). Siamo all'inganno e al mascheramento; esattamente come la "democrazia" di queste società copre l'astiosa e subdola lotta di lobbies e gruppi dominanti vari, che spesso si paralizzano vicendevolmente. I motivi del successo e del fallimento sono invece sempre politici (riguardano le lotte tra strategie), solo nascosti sotto la veste delle "leggi oggettive" dell'economia; che i critici anticapitalisti vedono come foriere del "crollo", mentre gli apologeti vi scorgono tutte le "virtù" solo rovinate, a periodi ricorrenti (e che chissà perché ricorrono sempre), dalla mancanza d'etica dei banchieri. Nazismo e comunismo (che non lo fu in realtà, sia chiaro) hanno avuto il merito storico di mostrare il vero carattere, politico-strategico, della lotta; poi anch'essi, però, utilizzarono ideologie distorcenti e ingannatrici - in cui crederono, sia ben chiaro - ma la politica balzò comunque in primo piano.
4. Oggi è necessario gettare la maschera dell'economia come quella della "democrazia" (che tale non è nemmeno per l'1%). La battaglia è politica e va condotta ripensando opportune strategie. Bisogna però evitare l'ideologia della Nazione come quella della Classe. Il fallimento storico deve essere accettato e non si possono riprendere "vecchie strade". Oggi, nessuno parla più apertamente nei termini di quelle ideologie, eppure esse fanno capolino in molte versioni edulcorate, corrette tramite mere complicazioni mentali e attenuazioni linguistiche. Il conflitto capitale/lavoro ad esempio; le "masse lavoratrici" che sostituiscono il proletariato (o classe operaia), ma, chissà perché, fanno sempre riferimento a lavoratori dipendenti (o salariati), spesso delle mansioni più basse. E via dicendo.
Bisogna ristudiare sia la stratificazione sociale nei paesi a maggior sviluppo capitalistico sia la configurazione del capitalismo mondiale nella sua suddivisione in formazioni particolari (che sono ancora paesi e spesso nazioni, malgrado le sciocchezze sulla globalizzazione e sulla fine degli Stati nazionali); alcune di esse dominano, altre si situano a diversi gradi di subordinazione in date filiere di predominio (diversamente articolate a seconda delle fasi di prevalente monocentrismo o di prevalente policentrismo). La finanza impregna tali filiere, condensandosi poi in speciali nodi posti nei punti di raccordo tra le formazioni particolari (ecco perché essa appare come apolide, senza Patria, mentre invece i suoi centri strategici, intrecciati con quelli politici, agiscono con particolare efficacia a partire da dati paesi). La finanza provocherà sempre, ricorrentemente, sproporzioni e sconquassi; e sempre si ripresenterà tuttavia come "concime", "humus", secondo quanto detto nel brano di Zola. Solo che, al di là dei suoi aspetti fenomenici più generali, essa è a volte centro di propulsione strategica e di predominio su altri, a volte si rende trampolino e tramite del predominio altrui piegando l'economia "reale" di un dato paese alla servile complementarietà con quella della formazione predominante (sempre ricordare l'esempio illuminante dell'industria tessile inglese ottocentesca e delle piantagioni di cotone nel sud degli Usa; sempre ricordare la dominante teoria del commercio internazionale di Ricardo e la sua antitesi in quella di List).
In un paese subordinato come l'Italia odierna, l'attacco alla finanza è d'obbligo: attacco diretto, politico, che smascheri la sua funzione di servilismo; mentre rappresenta un diversivo, una ideologia di inganno, qualsiasi scomposta agitazione che l'accusi solo di imbrogli, raggiri, disonestà, ecc. E' indubbiamente necessario ricondurla alla sua funzione creditizia dell'economia "reale"; ma non soltanto, poiché più decisiva ancora è in realtà la sua funzione di servizio alla strategia di autonomia e indipendenza, che deve vedere forniti di sufficienti mezzi una serie di apparati in senso lato di potenza. Certamente, però, in paesi come gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, ecc. l'eventuale attacco alla finanza ha obiettivi altri che la rottura della catena di dipendenza ("weimariana"); essa deve semmai essere piegata e resa più duttile, flessibile, nei suoi servizi a quei centri strategici (della sfera politica) da cui si diparte la filiera del predominio che coinvolge le formazioni particolari dipendenti. Oggi, malauguratamente, dai centri strategici Usa dipendono le formazioni europee, pur se un po' più o un po' meno; ma con la speciale e nefasta subordinazione degli organismi della sedicente Unione Europea.
Mistificatorio è oggi blaterare su dominanti e dominati, chiedendo l'organizzazione della lotta dei secondi contro i primi. Chi lo fa ha soltanto l'intenzione di conquistare qualche seguito elettorale nella "democrazia" delle lobbies; oppure di giocare alle "anime belle". Bisogna prima imparare a ri-analizzare la realtà della fase attuale, senza le grandi distorsioni ideologiche (liberismo, keynesimo, marxismo degli epigoni) che hanno oscurato tutto, hanno distorto ogni capacità di giudizio piegandola o all'apologia dell'attuale società o alla sua critica romantica, cianciando di ciò che dovrebbe essere Giusto, Buono, Bello. Meglio lasciar perdere gli imbroglioni e i sognatori. Scaviamo nella realtà del predominio, delle sue forme di attuazione, di costruzione delle sue reti, ecc. Ne abbiamo di lavoro da svolgere!
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