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   Edizione del  13-03-2010

LA FINANZA E’ IMPORTANTE…… IN “SUPERFICIE” PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Ludovico Polastri   
05-02-2010
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Imagedi Gianfranco La Grassa 1. L'argent di Zola è un romanzo che, malgrado vi si sia preparati, lascia sempre sorpresi per la modernità e la conoscenza dei meccanismi finanziari. Madame Caroline, nella sua opposizione e infine aspro sdegno nei confronti di Saccard (suo amante a lungo) - il finanziere dalle sfrenate ambizioni che passa sopra a tutto in una sorta di follia, ma anche di sordida grandezza da "visionario dell'accumulazione di denaro" - è in fondo la "portavoce" dell'autore. Ebbene, alla fine di qualche centinaio di pagine in un crescendo drammatico e avvincente, spesso da mozzafiato, essa arriva alla conclusione che

"aveva ragione lui [Saccard]: il denaro di oggi è il concime su cui cresce l'umanità di domani; il denaro, che avvelena e distrugge, è l'humus di ogni vegetazione sociale, l'elemento indispensabile ai grandi lavori che rendono più facile l'esistenza.....Al di là del fango, delle tante vittime travolte e schiacciate, di quell'abominevole sofferenza che ogni passo in avanti costa all'umanità, non c'è una meta oscura e lontana, qualcosa di superiore, di buono, di giusto, di definitivo, verso cui andiamo, senza saperlo, e che ci gonfia il cuore dell'ostinato bisogno di vivere e sperare? Madame Caroline era felice, malgrado tutto.......e, al ricordo della vergogna che le aveva causato la relazione con Saccard, pensava alle orribili sconcezze con cui anche l'amore è stato sporcato. Perché dare soltanto al denaro la colpa delle porcherie e dei delitti di cui è la causa? E' forse meno sporco l'amore, l'amore che crea la vita?" [corsivo mio]. E qui, su questa domanda retorica, è messa la parola fine al romanzo.

Tutti sanno benissimo che Zola è stato considerato, giustamente, uno scrittore progressista, dalla parte del popolo, del proletariato (si veda Germinal, ad esempio), su cui tuttavia non si faceva illusioni; non lo vedeva per nulla in un'aureola di rosea luminosità (tutt'altro!). Tutti conoscono la sua netta presa di posizione contro l'antisemitismo nell'affaire Dreyfus. Nel romanzo di cui sto parlando, Saccard è violentemente antisemita, identifica l'ebreo con il finanziere; e pur inneggiando al denaro come concime, ecc. ritiene che la finanza ebraica sia il male, che debba esserci la riscossa di quella cattolica, addirittura legata al Papato (anche qui, la modernità del romanzo è impressionante). Madame Caroline non ha un briciolo di antisemitismo, ritiene la finanza, senza coloriture razziali o politiche, responsabile di raggiri, imbrogli, ruberie, illegalità brucianti, causa della rovina di decine e centinaia di migliaia di "poveri cristi". Eppure, questa "controfigura" di Zola si rende ben conto, infine, della realtà così com'essa è in un dato sistema sociale, e non continua a favoleggiare e a sognare così come sparuti gruppetti di "orfani del comunismo" (non più quello pensato realisticamente da Marx, sbagliando però previsioni) continuano a fare oggi. E se quelli odierni non sono sognatori "comunisti", lo sono in quanto comunitaristi o decrescisti o idolatrando il "medioevo", ecc. Zola non è uno dei "deboli progressisti" dell'epoca attuale; lo è in senso vero, forte, quindi realista.

 2. La finanza comporta il disastro più appariscente, lo sconquasso (il terremoto) che mangia la vita di milioni di uomini, perché la strutturazione del sistema economico capitalistico produce ad un certo punto l'illusione di far denaro tramite denaro (il pinocchiesco "albero degli zecchini d'oro"), perdendo di vista quella funzione di concime, di humus, ecc. di cui parla il passo citato di Zola. Quest'illusione è ineliminabile data la strutturazione in oggetto (essendo la produzione una produzione di merci con il loro sdoppiamento nel denaro); tuttavia, essa è accentuata dal comportamento del complesso finanziario, che spinge a fondo sul pedale della crescita abnorme delle sue attività tramite imbrogli e raggiri (e la rovina di molti "ingenui"), soprattutto quando diventa di fatto la longa manus di sistemi economici (coadiuvati dagli apparati di potenza, senza i quali l'economia si affloscia) che hanno acquisito posizioni di predominanza di tipo "imperiale" (l'Inghilterra per gran parte dell'800, gli Usa dopo il 1945 e ancor più dopo il 1989-91).

Un esempio eclatante, un vero "paradigma" di una situazione del genere, si è avuto con la finanza della Repubblica di Weimar, autentico tramite del predominio statunitense che già all'epoca - sfruttando anche la grande crisi del 1929-33, giacché essa aveva messo a terra gli Usa soltanto se ci si limitava a concentrare la propria attenzione sui "terremoti" in quanto fenomeni "di superficie" di più profondi e sconvolgenti sommovimenti ("tettonici") - cominciava ad affermarsi, come subito compresero i rivoluzionari sovietici che videro in tale paese il vero campione e rappresentante del capitalismo mondiale, pur attraversato dalle violente contraddizioni sfociate nella seconda guerra mondiale. Tale finanza "weimariana" fu erroneamente considerata quale esempio preclaro del naturale parassitismo in cui finisce ineluttabilmente il capitalismo nel suo "ultimo stadio" imperialistico.

Ripeto: gli eccessi finanziari, con gli sconvolgimenti che conducono alle crisi economiche (in specie alle più gravi, perché queste, da sempre, iniziano dal lato finanziario e quindi borsistico), dipendono certo dalla duplice natura della produzione capitalistica, il cui risultato finale è rappresentato dalle merci espresse in denaro, mentre l'inizio del ciclo produttivo è caratterizzato dall'investimento di denaro per l'acquisto dei fattori produttivi; denaro in buona parte prestato dalle banche che, con il credito, consentono anche l'espansione della circolazione di moneta, una parte consistente della quale concresce su se stessa per attività prive di copertura "reale", dando vita agli sconvolgimenti finanziari ("terremoti di superficie"). Tuttavia, chi non è ossessionato dall'economia afferra subito la prevalente importanza delle azioni strategiche dei gruppi dominanti in lotta per la supremazia; la rottura dell'equilibrio tra le attività espresse in moneta e quelle dette "reali" si innesta perciò sulle necessità finanziarie legate alle strategie del conflitto, con i suoi vari gradi di acutezza.

Lo scontro per la supremazia si svolge tra gruppi dominanti all'interno di varie formazioni particolari (solitamente paesi, nazioni); detto scontro si intreccia però strettamente, spesso si fonde e confonde, con quello tra gruppi dominanti di formazioni particolari diverse per la supremazia mondiale (o in ampie regioni del mondo). Si creano dunque catene di predominio - con vari gradi di estensione a seconda delle epoche prevalentemente monocentriche o invece policentriche - nel cui ambito il legame di dipendenza dei gruppi dominanti di certe formazioni rispetto a quella dominante assume una particolare caratterizzazione finanziaria. Da qui dunque deriva la rottura dell'equilibrio tra lato monetario e lato "reale" dell'economia, che si manifesta con maggiore virulenza proprio nella formazione dominante.

L'economicista, la cui vista corre soltanto "in superficie", si convince a questo punto del prossimo crollo di quest'ultima; mentre invece, alla resa dei conti, tale evento non si verifica, ma semplicemente si approssima l'accentuazione del conflitto, o apertamente bellico o comunque eminentemente politico su scala globale, da cui usciranno i vincitori e gli sconfitti. In definitiva, il risultato del "gioco" conflittuale emergerà nella sfera sociale, la politica, in cui si svolge l'azione umana retta in prevalenza dalla razionalità strategica, mentre la sfera dell'economia (quella "reale" in specie) resta appannaggio dell'efficienza, del calcolo proteso al minimo mezzo (o al massimo risultato). In "mezzo", tra le due sfere, sta quella finanziaria, che partecipa di entrambe. Oscillando dall'una all'altra, indecisa tra l'una e l'altra - tra la tensione all'accumulo di sempre maggiore ricchezza (che non può che essere, in ultima analisi, monetaria) e la "volontà" di sempre maggiore potere (che conduce all'odio per l'avversario come intralcio da togliere di mezzo a tutti i costi e con i più perfidi metodi a disposizione) - essa rompe ogni equilibrio e provoca quegli sconquassi letti dagli economicisti, fra cui "brillano" gli epigoni di un marxismo scolastico, quale crollo del sistema.

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