 The supernoise di Nereo Villa Nel libro "Einstein e il Talmud. Il tentativo einsteniano di scardinare la fisica", di B. Thüring, è mostrato come la bufala della relatività di Einstein sia stata bevuta dalla stupidità del superuomo odierno, il quale perdendo sempre di più l'attenzione di pensare le cose ed il loro valore fino in fondo, ed impedendosi così di caratterizzare concetti esatti secondo il valore universale del pensare, è diventato massimamente manipolabile da chi lo governa. Nel libro di Simone Paliaga "L'uomo senza meraviglia. La globalizzazione nell'epoca della rete" è mostrato come la mancanza di stupore istupidisca l'uomo manipolato di oggi, e come l'uomo senza meraviglia sia sempre più preda del relativismo logico e/o del cosiddetto pensiero debole, così che egli - se non fa qualcosa - non può avere futuro se non come schiavo.
Ma cosa fare? Credo che innanzitutto occorra incominciare a riflettere. Einstein, attivista politico più che scienziato, fu issato ad altezze inusitate mediante l'argano della propaganda, e qui mantenuto per ragioni che di "scientifico" non hanno niente. I suoi due principi fondamentali sono infatti un'inconseguenza di pensiero, talmente gonfiata dalla propaganda bolscevica, da fare incretinire di fatto tutto il pianeta. Il modo di pensare del materialismo (storico e dialettico), che non riconosce alcun concetto assoluto o incontrovertibile, approva e loda da sempre il "qui lo dico (principio einsteniano della relatività) e il "qui lo nego" (principio einsteniano della costanza della velocità della luce nel vuoto e dunque della non relatività). Non è una barzelletta. Trasformismo logico e relativismo logico sono la massima invenzione dei manipolatori di capitali e del panschiavismo. Ma un pensiero può essere giusto, oppure può essere sbagliato. Può essere relativo ma non nel senso sminuente del pensare, bensì solo in quanto ogni concetto evoca concreta relazione con l'oggetto osservato. Pertanto delle due l'una: affermare un pensiero come "relativo" significa esprimere una tautologia, oppure l'avversione per il pensare in sé. Attraverso questo errore di pensiero (relativismo del pensare), il "superuomo" è perciò caduto nella retorica "supernoise", humus della "D.O.D.I. & Co.", ambito "Dove Ogni Deficiente Impera", profetizzato da George Orwell nel suo romanzo "1984" (vedi l'art. "Keynes, ovvero il prototipo del cretino", Padovanews del 23-07-2009), in cui dominano gli odii dei sudditi, schiavi, in guerra fra di loro (la cosiddetta guerra dei poveri).
L'errore di pensiero servirà comunque al futuro per correggere il pensiero, non per invalidarne l'universalità. Infatti quando eseguo un brano al pianoforte posso migliorarne l'esecuzione solo prendendo atto di eventuali errori. Se invece, di fronte all'errore, affermo che tutto è relativo, e che la mia stonatura può essere gradevole ad un altro orecchio, sono un musicista cretino. Non è l'universale del pensiero l'errore. L'errore è il suo mancare di coscienza della propria fonte, cioè dell'universale. Chi non vuole essere cretino volontario, o cieco volontario, o uomo senza meraviglia, deve accorgersi che un pensiero può essere giusto o può essere sbagliato, ma che non può essere relativo nel senso del soggettivismo del pensiero: se infatti è relativo in tal senso, significa che è non pensiero ma senso, sentimento, e questa è purtroppo (purtroppo in quanto non conosciuta) la situazione attuale del pensiero terrestre. Il popolo non è solo reso "bue" paziente e bonario, ma è reso indifferente e senza meraviglia, cioè incapace di ragionare: un vero cretino. Anche se nota che la gente crepa di fame per aver prodotto troppi beni di consumo... che le banche possiedono tutto il sistema di produzione, e che con il debito decidono della vita di famiglie e di stati interi, e che possono rovinarli come in Argentina, non sa cogliere l'assurdità, perché è scientificamente persuaso che essa sia "relativa", o "convenientemente" rassegnato che "tanto... è sempre stato così". Cercando di analizzare queste dinamiche si scopre l'uomo aggruppato, l'uomo gregario, quello che secondo Rita Levi Montalcini usa solo il cervello rettiliano o limbico, mentre la neocorteccia si atrofizza sempre più generando l'uomo-bestia. L'impazzimento dell'uomo, culturalmente cocainizzato ha il suo prototipo in Nietzsche ed il suo giustificatore in Freud, il quale scrive addirittura un libro sulla coca. Qui accennerò solo a Nietzsche, la cui componente neo-corticale non fu di certo utilizzata per l'aiuto al prossimo, ma solo per fare "scoperte" potenziatrici dell'uomo-bestia. Amante assoluto della verità, Nietzsche probabilmente inebriato dallo spirito scientifico del suo tempo, che aveva sognato di stabilire una volta per tutte cosa fosse la verità, idolatrando i fatti, prese alla lettera quell'epoca scientifica, e di conseguenza la sua grande ambizione fu di non costruire alcunché se non su ciò che si può vedere. Per essere onesto dinnanzi al pensiero scientifico e per impedirsi di venire a patti Nietzsche respinse il mondo soprasensibile, cioè immateriale. Attorno a lui, compromessi servili tenevano fianco a fianco la fede appassionata nell'illimitato futuro della scienza e la credenza secolare in un ordine divino.
Ma Dio è inconciliabile con i fatti naturali di cui l'uomo ha acquisito la padronanza; se si è sinceri, respingerlo è un atto di lealtà. La natura che la scienza studia diventò perciò per Nietzsche il cadavere di Dio: "Perché Dio è morto!...". Allora, si chiedeva Nietzsche, da dove provengono la potenza di ideali, il gusto della bellezza, il solo che giustifica il fatto di essere ancora uomini? Bisogna che provengano anch'essi dal mondo fisico, il solo che esiste; per quanto bello sia, il pensiero non è altro che un vapore che sale dal nostro organismo. E, per lealtà nei confronti del mondo fisico, Nietzsche uccise dentro di sé l'idealismo, che ai propri occhi era solo un'invenzione. E uccise l'anima in quanto mera menzogna. I valori che sostenevano le civiltà furono ridotti così a palloni sgonfiati. Tutto proviene sempre dal fisico. Anche la morale. Ed alla fine questa ossessione di sincerità evoca il cataclisma, per cui egli ad un certo momento dirà: "Se guardi a lungo un abisso, anche l'abisso guarda dentro di te...". Con un soprassalto di volontà di vivere, il poeta cercava, sì, di trovare ancora una nuova base per un nuovo Dio, una nuova morale. Intanto assumeva droga, e si scontrava da ogni lato con forze distruttive, che lo ferivano a morte. In fondo, Nietzsche fu la prima vittima del materialismo. In lui, il pensiero scientifico non è rimasto puro e freddo sguardo spirituale; è scivolato nelle regioni del cuore dove la sua luce agisce come un acido che corrode e distrugge. Il suo caso illustra i pericoli previsti dagli "ignoti conosciuti". Anch'essi hanno visto la breccia che la scienza apriva tra la conoscenza e la vita spirituale, non potendo oltrepassarla. Nietzsche si è sforzato invano di gettare oltre l'abisso l'arco del suo "superuomo". Ma ha potuto scagliare solo una fragile corda in cui è rimasto impigliato. E la corda che strangola il "superuomo", che vi si impiglia, non è altro che "retorica supernoise".
Avido di una bellezza che la sua epoca non poté più dargli, troppo orgogliosamente veridico per mescolare una goccia di seme divino al fango di un secolo che divenne triviale, bestialmente ingenuo, ed egoisticamente sazio, che egli esecrò, Nietzsche si credette predestinato a ritrovare la forza originaria e creatrice degli dèi. Tendeva alla più alta coscienza dell'uomo, ma la scienza lo caricò di un peso troppo pesante per permettergli di raggiungere quell'apoteosi. E non potendo superare la concezione angustamente materialista dell'istinto, l'istinto del più forte, che non seppe far altro che amplificare mostruosamente dall'animale all'uomo e dall'uomo al superuomo, pretese insegnare la via attraverso la quale ci si supera. Ma quella via non poteva sfociare che nel mondo spirituale. Ed avrebbe dovuto entrarvi. Ma non poté entrarvi. Giunto sulla soglia, egli ricadde folgorato. Ci vorrà l'eccezionale tecnica di pensiero e la convinzione sempre più ferma di Rudolf Steiner, che conobbe Nietzsche, per rispondere universalmente ai problemi posti ma lasciati irrisolti da Nietzsche. "Spingere fino alla scienza dello spirito la scienza della natura" ripeteva a se stesso Steiner (Simonne Rihouët-Coroze, "Qui était Rudolf Steiner. Une épopée de l'esprit au XXe siècle", Paris, 1976). La gloria chiassosa organizzata attorno a Nietzsche, identica per certo verso a quella organizzata fanaticamente attorno a Einstein, è filosoficamente quella del non-essere, cioè del non ente, dunque del ni-ente. Ed è proprio quel rumoroso niente, o supernoise strangolatore dell'uomo d'oggi, a fare dell'uomo un gregario dipendente dal branco, un tossico dipendente dalla materia, ed un cretino, il cui cammino evolutivo è tracciato a priori da Godard... a Petrectec.
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