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   Edizione del  03-09-2010

Il debole pensiero di un debole uomo PDF Stampa E-mail
Pubblicato da Nereo Villa   
10-07-2009
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di Nereo Villa L’indistinzione della tricotomia spirito-anima-corpo è nel campo della psicologia la medesima che impedisce il riconoscimento dell’interna tricotomia dell’organismo sociale (Vedi Rudolf Steiner, “I punti essenziali della questione sociale”). L’assunto kantiano secondo cui l’uomo è incapace di indagare oltre la materia, ha influenzato in maniera endemica l’umanità, generando il cosiddetto uomo senza meraviglia, cioè il cretino, talmente abbeverato al materialismo da impedirsi l’intuire stesso. Il materialista odierno infatti è convinto che intuire sia peccato in quanto etimologicamente formato dalla radice greca “enteos”, che significa “Dio in me”; ciò non concorda con la sua dottrina, per cui non distingue più nulla! Confondendo per esempio la tecnica con l’utilitarismo, non si accorge che l’arte del pensare, privata dell’intuizione, kantianamente sacrificata sull’altare della fede dogmatica o del dogmatismo scientifico, si fa “pensiero debole”, appunto, imbecillità.
 
L’attuale concezione socioeconomica, derivante da psicosi più che da una reale posizione di pensiero, si può cogliere nel valore delle sue premesse, le quali non sono idee concretamente poggianti sull’oggi, ma anacronistiche conclusioni hegel-marx-freudiane. L'accusa mossa in tal senso alla civiltà tecnologica, in cui la tecnica sarebbe da condannare in quanto distruggerebbe la libertà della cultura - come emerge dall’analisi della posizione antitecnologica di Jacques Ellul (1912-1994) fatta da Emanuele Severino in un suo recente articolo sul Corriere della sera (4/7/2009) - ed il cui incremento andrebbe eliminando, appunto la cultura vera, a vantaggio di quella “falsa”, per esempio informatica,  cade dinanzi alla considerazione che un sistema di conoscenza, che si lasci liquidare dal progresso tecnologico non può essere un’alta cultura, ma ciò che è lecito supporre come origine stessa del male. Il non saper vedere un livello di pensiero all’origine del male, e l’accusare il sistema, che ne è il prodotto in sé innocente - tecnica e progresso - impediscono parimenti di cogliere il creativo elemento originario nella potenziale autonomia di ciascuna delle tre sfere, economica, giuridica, intellettuale, nonché la loro armonica interdipendenza di funzioni in relazione a tale autonomia. In sostanza, ciò che l’uomo cretino (uso questo termine solo in riferimento al superficialissimo pensiero debole dell’uomo d’oggi) non riesce a cogliere è, appunto, il fatto che l’attuale contorta connessione delle tre forze accennate non dipende dal sistema socioeconomico e tecnologico, ma dall’insufficienza del pensiero dei “responsabili” teoretici di tale sistema. Il cretino dal pensiero debole, che si aggrega a tali “responsabili” in quanto materialista come loro non può che bloccare tale armonia. Per esempio, attualmente (9 luglio), Giorgio Napolitano ha auspicato al G8 una nuova Bretton Woods poggiante su keynesianesimo per curare le cause della crisi, dimenticando però che fu proprio l’economicismo di Keynes in fondo a produrla! Il pensiero debole può dunque solo arrivare a dire “la tecnica è utile quindi va bene, e l’utile per quanto debole sia, va certamente bene”.
 
Certo, non si può negare che questo ragionamento sia giusto. Ma è in grado di farlo anche un cane quando fiuta l’osso prima di addentarlo. Quando però il cretino legifera per regolare l’uso della “tecnica-utile”, al fine di impedirne il suo “cattivo uso” secondo i medesimi parametri del materialismo scientifico, allora vi è limitazione di libertà: qui, e non altrove. Il male dell’uomo, psichico e fisico, si alimenta quotidianamente di un processo di coscienza obbligato - dal dominante meccanicismo del sapere dialettico - ad estraniarsi dalle proprie forze originarie. Quindi si aliena dalla reale conoscenza di se stesso. Ma l’edificio che costruisce tramite attività interiore priva della propria relazione con sé, non può realizzare la reale relazione col proprio oggetto, in quanto tale oggetto è immateriale. Qui casca l’asino materialista. Perché la sua attività interiore non sapendo distinguersi dal proprio oggetto (perché manca di coscienza del livello in cui lo incontra) è sempre posteriore a tale incontro, di cui le sfugge il momento dell'originaria identità. Il cretino dunque fa il male, e poi accorgendosi di esso fa la legge contro quel male! E questo avviene perché la sua non è una coscienza diretta, ma riflessa. Questo sistema sonnambolico di pensiero è l’ambito della logica esclusione dell’io umano, a beneficio dell’“io” meramente animale, cioè dell’io di gruppo (o anima di gruppo). Per cui trasmette l'impronta dell'esclusa coscienza di sé a tutti gli “aggruppati” che ne usano. Ecco l’io veltroniano trasformato nel noi! Ma non essendo possedute le forze interiori messe in atto per il procedere dell’io, non è possibile usare lo strumento tecnologico per imprese consapevoli dei veri fini umani, i quali non possono che concordare secondo immateriale senso culturale, giuridico, ed economico, e non secondo materialismo o fiuto canino. In realtà si conosce la materia da ordinare tecnologicamente, ma non si sa quale sia il fine ultimo della conquista tecnologica: non si suppone il suo reale senso, perché non si concepisce neppure di poter rivolgere l'indagine alle forze messe in atto nella costruzione dell'edificio tecnologico. Tale contraddizione è evidente nel fatto che non si riesce a intuire e a rendere pratica la tripartizione dell'organismo sociale, quale logicamente risulta dall’oggettiva realtà del processo sociale. D'altro canto, vedere nella tecnocrazia un sistema che minaccia l'individuo libero - come fa appunto Ellul nel suo saggio “Il sistema tecnico” (1977), è facile come creare uno slogan politico, o credere che il rimedio consista nel moralizzare la tecnica, o nel subordinare l'azione economica a un organismo etico-religioso. Si ricade dunque nel politicismo che già avvilisce l'economia. Questa è la misura dell’incapacità di ravvisare il giuoco delle forze immateriali in atto nell'economia e nella tecnologia stesse, le quali non chiedono la redentrice sovrapposizione di una retorica etica o etico-religiosa, bensì la conoscenza delle loro forze originarie, cioè la loro connessione originaria con l’io umano. Accusare il progresso, o la civilità del benessere, o il cosiddetto consumismo in nome magari di una “decrescita” (oggi va di moda l’imbecillità spinta al massimo), è una scappatoia per evitare di vedere le cause interiori che rendono un mezzo in sé neutro come la tecnica, uno strumento di degradazione piuttosto che di elevazione dell'uomo. È facile accusare un oggetto, o un metodo, o un sistema. Difficile, invece, perché radicalmente logico, è identificare l'idea dietro l'oggetto, o il metodo, o il sistema. Questo è ciò che intravedo spesso come speranza nel pensiero di Severino, per il quale il compito della filosofia è di permettere alla tecnologia di poter oltrepassare ogni limite illogico, aumentando la propria potenza (RAI Educational 1999). A volte mi sembra dica l’ovvio. Eppure tale “ovvio” il cretino non riesce a cogliere.
Commenti (1)Add Comment
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scritto da Lucius, 21- 07- 2009
E, in effetti, il pensiero di Severino è ovvio, tuttavia a decidere ciò che è ovvio è la gente: e la scelta che la gente fa è quella più comoda. Pertanto, finché tale scelta resterà comoda, oppure verrà rimpiazzata da una ancora più comoda, non c'è nulla da fare.

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