Pa: Del Conte, ‘su smart working lanciati messaggi confusi’

“Sullo smart working da parte della Pubblica Amministrazione sono stati lanciati messaggi confusi: da una parte, infatti, siamo ancora in uno stato emergenziale in un Paese che fa valere le regole di distanziamento e i protocolli di sicurezza, dall’altro c’è anche un obiettivo salto generale rispetto al lavoro in ufficio. Pensare di ritornare esattamente come eravamo prima della pandemia, vuol dire guardare avanti con la testa rivolta all’indietro”. Lo dice ad Adnkronos/Labitalia Maurizio Del Conte, giuslavorista che è stato presidente dell’Anpal ed attualmente è alla guida di Afol Metropolitana, azienda speciale consortile sul lavoro partecipata dalla Città Metropolitana di Milano e da 70 Comuni, compreso il capoluogo. “In questo anno e mezzo -ricorda Del Conte-, quasi due, di esperienza di lavoro a casa, nella Pa si sono registrate moltissime inefficienze per incapacità di gestirlo da remoto, per la semplice ragione che nella Pa in particolare il lavoro non è mai stato misurato sulla base degli obiettivi o dei risultati. Quindi è un lavoro che è sempre stato immaginato come ‘timbratura del cartellino’ con molto meno interesse per quello che si fa una volta entrati in ufficio. La risposta ‘ritorniamo tutti in sede’ non risolve il problema dell’inefficienza della Pa: il vero problema è quello di gestire il lavoro”. 

“Efficientamento e produttività”  

“Efficientamento e produttività” dovrebbero essere i temi-faro per la Pa, dice Del Conte e non “dove si svolge la prestazione”. “A parte le funzioni che richiedono la presenza fisica con l’utenza, -sottolinea- la Pa ha un’area vastissima di attività che possono essere svolte da remote. Pensare di non affrontare questo tema, cogliendo invece l’occasione proprio per cominciare a organizzare il lavoro per obiettivi e risultati, è ancora una volta una rinuncia all’idea che l’efficienza e l’organizzazione nella Pa siano obiettivi raggiungibili”, osserva Del Conte. “Le linee guida emanate dal ministro della Pa Renato Brunetta sullo smart working per i dipendenti pubblici, per ora sono solo suggerimenti dati alle Amministrazioni perché si orientino su alcuni aspetti. Ma non sono gli aspetti organizzativi, sono gli aspetti che in parte sono già largamente disciplinati perché le regole non mancano. Occorre un’implementazione a livello delle singole amministrazioni”, precisa. 

Nel privato si fa strada il lavoro agile 

Nel settore privato, invece, il lavoro agile si fa strada e resiste alla fine dell’emergenza. Le aziende, soprattutto quelle più grandi, come spiega ad Adnkronos/Labitalia Maurizio Del Conte “stanno già ridisegnando i modelli, non solo per quanto riguarda la presenza fisica in sede, ma anche per i modelli retributivi”. “E’ una sfida enorme: da questo punto di vista alcuni contratti collettivi aziendali proprio del manifatturiero sono veramente all’avanguardia soprattutto nel settore digitale e Ict, ma non solo. Anche grande industrie alimentari e farmaceutiche e stanno andando molto avanti con la ridefinizione del job, delle mansioni”. “Lo smart working nel settore privato -dichiara- è in questo momento ‘a macchia di leopardo’. Sicuramente nelle aziende più grandi e strutturate si è colta questa opportunità. Per quello che vediamo dal nostro Osservatorio, nelle aziende con una gestione delle risorse umane, abbiamo già o dei regolamenti o degli accordi o contratti aziendali che hanno recepito l’idea di spostare una quota importante di lavoro in modo stabile, quindi non legato alla pandemia. Naturalmente una quota, non tutto il lavoro e ciò in perfetta aderenza con la legge che oggi regola il lavoro agile e che prefigura un lavoro ibrido, ossia non esclusivamente da remoto ma con dei momenti in presenza”. “Questo consente alle aziende di mantenere un coordinamento e agli stessi lavoratori di tenersi in contatto coi loro colleghi. Ma allo stesso tempo elimina tutta una serie di inefficienze, legate alla mobilità, ai tempi morti legati ai trasferimenti da casa e ufficio che sono puri costi e non portano nessun vantaggio”, spiega Del Conte. 

Rdc, sbagliati i criteri d’accesso 

E sul reddito di cittadinanza Del Conte osserva: “Sulla base dell’esperienza fatta, i criteri per l’accesso al reddito di cittadinanza vanno ridisegnati perché si è visto che c’è, da un lato, una quota di persone, pari a circa un 30% della platea, che beneficia del rdc senza essere in reale povertà e, dall’altro, c’è una quota più o meno della stessa dimensione (ossia il 30%) che non ne beneficia, pur essendo in reale povertà”. “Questo in larga parte è dovuto al meccanismo della norma che premia di più le famiglie mononucleari, i singles, rispetto ai nuclei familiari numerosi. Poi c’è il tema del costo della vita: aver fissato un’unica soglia di accesso valida per tutto il Paese, è una cosa assurda, che non ha riscontro nella realtà. Una persona che vive in una grande città, deve sostenere molti più costi di una che ad esempio vive in un’area interna”, aggiunge Del Conte ricordando che “in questa fase stanno crescendo i cosiddetti ‘professionisti’ del reddito di cittadinanza, che riescono a ottenere il sussidio eludendo la disciplina”. “Poi c’è l’errore progettuale di aver pensato che la struttura attuale dei servizi all’impiego fosse ‘servente’ al rdc, invece andava ribaltata la prospettiva -spiega Del Conte-. In Italia occorre un sistema universale di politiche attive, dopodiché solo una quota di minoranza dei percettori di rdc sono pronti per entrare in una struttura di avviamento al lavoro. La maggioranza dei percettori (circa due terzi ) non vanno nei centri per l’impiego, ma vanno ai servizi sociali. E’ una platea completamente diversa: per questo ci vuole uno strumento di contrasto alla povertà che si occupi prima della persona nella sua multidimensionalità. Solo dopo questa persona può andare al centro per l’impiego, non in quanto povero ma in quanto cittadino”, conclude. (di Mariangela Pani) 

 

(Adnkronos – Lavoro)

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