“In Italia tra 10 anni 1 robot in ogni sala operatoria”

Operano, diagnosticano, analizzano e assistono, senza riposarsi mai. Le tecnologie robotiche stanno cambiando il lavoro nelle corsie degli ospedali che diventano sempre più informatizzati. Ma è nella sala operatoria che trovano la loro ‘Formula 1’, con sistemi efficienti e performativi che, nelle mani del specialista, realizzano interventi di altissima precisione e salvano la vita. “Oggi in Italia viene svolta tanta attività chirurgica robotica e immagino che nei prossimi 10 anni in tutte le sale operatorie ci sarà un robot”. Lo sottolinea all’Adnkronos Salute Pierluigi Marini, presidente dell’Acoi, l’Associazione chirurghi ospedalieri italiani, e direttore del dipartimento di Emergenza e chirurgie specialistiche dell’Azienda ospedaliera San Camillo di Roma.  

Le macchine “aiutano il nostro lavoro perché ci facilitano alcuni passaggi, specie quando si effettuano interventi in laparoscopia”, precisa Marini. “Abbiamo una maggior sicurezza e una qualità più alta, ma dietro il robot c’è un medico specializzato e formato per usarlo. E in Italia su questo fronte stiamo perdendo terreno – denuncia Marini – Oggi abbiamo una grande occasione, il Pnrr. Nel Piano è previsto un investimento nel rinnovo del parco macchine del Ssn che potrebbe davvero migliorare la situazione di tanti ospedali del Centro-sud. Ma puntiamo anche ai giovani specializzandi, mettiamoli nelle condizioni di imparare in Italia senza andare all’estero”.  

Secondo il presidente Acoi, “la tecnologia e la strumentazione che noi usiamo oggi nelle sale operatorie è importante, ma credo che i fondi del Pnrr vadano anche investiti nell’accoglienza alberghiera dei reparti che oggi non sono all’altezza e non permettono al paziente ricoverato di trovarsi a proprio agio – osserva Marini – Poi, si deve puntare molto sulla telemedicina e tele-consulto chirurgico, nel primo caso l’emergenza Covid ha dimostrato come possa essere fondamentale seguire a distanza il paziente. E informatizzare tutto quello che si può rendere fruibile con un collegamento internet. Questi tre punti, oltre a migliorare l’attività ospedaliera, portano anche dei risparmi per il Ssn”.  

Uscendo dalla sala operatoria, abbiamo un recente esempio di come un robot possa integrarsi con il lavoro anche di un reparto Covid. Nel Covid Center del Policlinico Universitario Campus Bio-Medico di Roma lavora un robot che si muove in modalità autonoma nelle diverse aree del centro per trasportare tutti i materiali di utilizzo clinico fino a un carico di 5 chili, dagli emoderivati ai farmaci, nel momento in cui gli operatori sanitari sono occupati in altre attività cliniche. È dotato di una base mobile ed è capace di navigare autonomamente in qualsiasi ambiente, dopo averne registrato la mappa. È infatti in grado di orientarsi, di individuare gli ostacoli sul percorso e di evitarli, dopo aver ricevuto l’indicazione della destinazione da parte di un operatore con un semplice click. 

“I robot cambieranno in meglio il nostro lavoro – riflette Marini – ma i prezzi di queste tecnologie sono ancora alti e questo fa la differenza. Più aumenterà la loro diffusione e più i prezzi potrebbe calare, ma al momento rappresentano un investimento importante per ogni ospedale e non si possono avere più robot che invece permetterebbero anche di poter formare per bene un giovane chirurgo. Lavorare con macchine come il conosciuto ‘da Vinci’, la piattaforma più evoluta per la chirurgia mininvasiva, è ormai molto diffuso anche in Italia, è una esperienza gratificante ma occorre formarsi per bene e per farlo serve tempo e aver a disposizione la macchina. Per diventare chirurgo si deve studiare – conclude Marini – ma anche operare e su questo non ci sono scappatoie. Una regola vale anche quando si usa un robot”.  

(Adnkronos – Salute)

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