Crisi Covid: un imprenditore su due vede nero anche il 2021

Nicola Rossi : una crisi che si trascinerà ancora per mesi per le imprese del commercio e dei servizi alla persona.
6% delle imprese del settore pensano di chiudere i battenti entro l’anno. Imprese lasciate nella totale incertezza. Servono interventi immediati a ristoro delle perdite (sulle effettive perdite e non sui codici Ateco). Subito via a strategie anche territoriali per rilanciare l’economia e le imprese.

Secondo i dati raccolti dal nostro Osservatorio Economico, dall’indagine sulle previsioni per il  2021, il primo dato rilevante è la modifica nell’atteggiamento degli imprenditori rispetto alle indagini. Un questionario inviato per mail riceve nell’arco di 24 ore oltre 200 risposte e nelle prime tre giornate supera le 400 risposte senza solleciti.
Questo primo dato, commenta Nicola Rossi, è significativo sul cambiamento di mentalità degli imprenditori, molto attenti oggi ad informazioni, notizie, a comprendere quello che sta succedendo ed a condividere preoccupazioni ed incertezze.

Il dato che emerge dalle oltre 400 risposte validate (412 per l’esattezza): 1 commerciante su due prevede che il 2021 sarà peggiore del 2019 con 1 su 3 (33,5%) che prevede una perdita di ricavi dal -10 al -50%.
Il 6,3% dei rispondenti pensa di dover chiudere la saracinesca entro il corrente anno.

Nei settori i dati più negativi giungono nell’ordine dalla moda (57%), dal commercio ambulante (62%), dalle strutture ricettive (59%) dai bar (55%) e dai ristoranti (52%)

Nella negativa classifica tra settori di chi pensa di chiudere entro l’anno al primo posto il settore ricettivo (13%), seguito dalla moda (12%), dai negozi non alimentari (9%).

L’incertezza totale (il non so cosa succederà) è totale tra gestori di impianti di carburante e gli intermediari (agenti e grossisti); i primi con il 48% i secondi con il 44% a distanza segue il dettaglio non alimentare (26%).

Uniche note positive dal settore alimentare con uno su due che prevede un incremento dei ricavi ma bene anche prodotti per la casa e discreto anche una parte degli ambulanti.
Nel territorio le percentuali peggiori arrivano dalla Bassa Padovana (57%) seguite da Alta padovana (47%), Padova Città 45% , Area centrale 52%
Mentre per quanto riguarda le chiusure la percentuale più alta arriva dai rispondenti delle Terme.

Sicuramente, dichiara il Presidente Rossi, il clima di preoccupazione e di incertezza (forse insicurezza) prevale nelle risposte. Dopo le speranze estive di un superamento della pandemia, la situazione di questi ultimi mesi e del periodo Natalizio appena terminato ha fatto precipitare le aspettative dei commercianti e delle piccole imprese.

Ci si sente impotenti perchè dopo aver subito restrizioni e chiusure, i dati sui contagi continuano ad essere elevati.

Turismo, pubblici esercizi, commercio, servizi alla persona stanno pagando un prezzo considerato irrecuperabile.
L’uscita dal tunnel ci appare ancora molto lontana.
Le scelte tra chi può aprire e chi no crea incomprensioni e difficoltà di rapporti tra gli stessi imprenditori che a volte non comprendono perché qualcuno può aprire e loro no.

“Le imprese sono lasciate anche oggi nel massimo dell’incertezza. I grandi temi del rilancio, anche attraverso l’utilizzo del ‘recovery fund’, appaiono ai piccoli imprenditori temi lontani e non comprensibili.
Il sistema di intervento dei ristori attraverso i codici ateco ha penalizzato imprenditori che pur essendo autorizzati a lavorare non potevano farlo in quanto i loro clienti erano bloccati.

Le esigenze sono purtroppo immediate, continua Rossi, abbiamo bisogno di certezze e di decisioni:
– i ristori vanno modificati intervenendo a favore delle imprese che nel 2020 hanno subito l’effettiva perdita di ricavi rispetto al 2019 indipendentemente dal codice ateco di attività.

– le risorse provenienti dall’Europa devono avere come obiettivo prioritario il rilancio dell’economia attraverso investimenti in infrastrutture materiali ed immateriali, nel rilancio del turismo e nel potenziamento (mirato) all’innovazione nelle pmi.

A livello locale bene ha fatto la CCIAA con interventi che concretamente hanno cercato di dare risposte alle imprese e con alcuni obiettivi di investimento che mirano al rilanciare l’economia ( penso a Fiera, interporto, Turismo, Distretti del Commercio, Green), anche le amministrazioni comunali e quella provinciale si sono mosse (sebbene con risorse limitate) per affrontare il momento drammatico sia economico che sanitario.
MA OCCORRE CHE TUTTI NOI SI FACCIA DI PIU’

Nella nostra provincia, continua Rossi, occorre accelerare nella realizzazione dei progetti pubblici in essere, occorre aprire un concreto confronto non su voli pindarici nel futuro e con i sogni nel cassetto ma lavorare concretamente su progetti già avviati (Fiera, Ospedale, Formazione, Università, Interporto) ridare fiato e innovazione a progetti di sviluppo condivisi nelle aree territoriali (Bassa, Saccisica, Terme, Camposampierese ecc.) con cui delineare il modello e gli obiettivi di sviluppo.
In questo senso, probabilmente, più che tavoli di lavoro, occorrerà allargare sempre di più le antenne tra le imprese, i cittadini, i territori, per comprenderne ed interpretarne prospettive, obiettivi e risorse disponibili.

(Confesercenti Veneto Centrale)

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