Rigopiano, fratello vittima: “Al dolore per Marco si aggiunge quello per l’ingiustizia”


Gianluca Tanda all’Adnkronos: “Quello che ci manda giù nel baratro della disperazione è la certezza che si potevano salvare. E allora sono un continuo pendolo che oscilla tra gioia e sconforto”
Roma, 17 gen. di Silvia Mancinelli
“La perdita di un fratello nel mio caso, e comunque di un caro, provoca un dolore così forte da cambiare la vita a tutta famiglia. Nel nostro caso, nel caso di una tragedia come lo è stata la , quello che ci manda giù nel baratro della disperazione è la lettura attenta delle carte, la certezza che si potevano salvare. E allora sono un continuo pendolo che oscilla tra gioia e sconforto”. Così all’Adnkronos Gianluca Tanda, fratello di Marco morto il 18 gennaio 2017 insieme ad altri 28 tra ospiti e dipendenti del resort a Farindola, in provincia di Pescara.
“Provo gioia – spiega – quando leggendo gli atti del processo noto un errore commesso da parte di chi avrebbe potuto muoversi per portare in salvo mio fratello e gli altri all’interno del resort. E’ come se avesse segnato la Roma: ecco l’errore, mi dico. Ecco dove hanno sbagliato. E arriva lo sconforto, perché alla fine per cosa esulto? Per un errore che si scopre oggi, quando Marco e gli altri sono morti?”. Ci sarà anche lui, domani mattina, alla commemorazione per i 3 anni della tragedia. “Mamma no, l’ultima volta è svenuta e le ho vietato di venire – continua il fratello della vittima – Lei cerca di non pensarci, non ne parliamo quasi mai: appena nomino Rigopiano cambia espressione. Perché continuiamo ad andare lì? Per tenere vivo il ricordo, più semplicemente, e perché in quel posto avvertiamo forte il segnale che ci sono ancora. Una farfalla che si posa sulla spalla, un soffio”.
“Lo so, è difficile da spiegare – dice Gianluca – ma è una energia che chiede a tutti i costi la verità. Ci andiamo a caricare e torniamo giù più forti di prima. Paradossalmente stiamo bene quando siamo lì, il problema è quando si torna a casa. Per noi fratelli, sorelle, figli e genitori, la vita deve continuare, ma lo facciamo a fatica. Al dolore per la perdita si aggiunge, atroce, quello per l’ingiustizia. Ci manca Marco, era la punta di diamante della famiglia, riuscito a diventare un pilota di linea, sarebbe diventato comandante di lì a un mese. Si era portato il tablet per studiare. La tragedia ha spezzato il suo sogno”.

(Adnkronos)

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