Aids: studio Cns, praticamente azzerato rischio infezioni da trasfusione



Roma, 29 nov. (AdnKronos Salute) – Contrarre un’infezione da Hiv, ma anche da epatite, tramite una trasfusione di sangue in Italia è una possibilità remota – di molto inferiore a quella di rimanere coinvolti in un incidente aereo – grazie ai nuovi test, sempre più sensibili, e alle altre misure adottate per garantire la sicurezza. Lo ha dimostrato uno studio coordinato dal Centro nazionale sangue (Cns) e diffuso in vista della Giornata mondiale contro l’Aids indetta ogni anno il 1 dicembre, secondo cui le probabilità di infezione da Hiv sono comprese tra 1 su 2 milioni e 1 su 45 milioni, a seconda del metodo di calcolo usato. Gli esperti parlano di rischio “praticamente azzerato”.
“In ambito scientifico una probabilità inferiore a 1 su 1 milione viene considerata trascurabile, e i dati sono confermati dal fatto che dal 1995 non registriamo infezioni trasmesse da trasfusioni – sottolinea Giancarlo Maria Liumbruno, direttore generale del Cns – I test a cui viene sottoposto il sangue donato, che non può essere utilizzato prima dell’esito negativo, sono uno dei pilastri che garantiscono la sicurezza, insieme al questionario e al colloquio con il medico, che riducono la possibilità che doni una persona che potrebbe aver avuto un comportamento a rischio. Ma la prima garanzia viene dalla scelta etica di utilizzare sangue proveniente solo da donazioni volontarie, anonime, periodiche e non remunerate”.
Per il rapporto, realizzato con esperti dell’Istituto superiore di sanità (Iss) e del Dipartimento di Scienze biomediche per la salute dell’Università degli Studi di Milano, sono stati usati i dati sui donatori positivi ai test per Hiv ed epatite B e C che vengono effettuati sul sangue a ogni donazione, raccolti tra il 2009 e il 2018. Il cosiddetto ‘rischio residuo’, cioè la probabilità che ci sia un contagio tramite trasfusione, è stato calcolato con tre diversi metodi: il primo viene maggiormente utilizzato in ambito scientifico, mentre gli altri due – più semplificati – vengono suggeriti dalla European Medicine Agency (Ema) e dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).
Qualunque metodo si adotti, il rischio residuo di contrarre una infezione per via trasfusionale è drasticamente diminuito nei 10 anni di osservazione (2009-2018): per Hcv è passato da 1 unità su 10 milioni a 1 su 15-45 milioni di donazioni; per Hiv, nello stesso periodo, da 1 unità su 1,2 milioni di donazioni a 1 su 2-45 milioni; per Hbv da 1 unità su 625.000 a 1 su 1,8-2,6 milioni.
I test che si basano su tecniche di biologia molecolare introdotti nello screening dei donatori negli ultimi anni, sottolinea il report, hanno permesso di ridurre il cosiddetto ‘periodo finestra’ in cui il virus, pur presente nell’organismo, non veniva trovato con i comuni test. Questo ha permesso di intercettare anche alcuni donatori positivi ‘sfuggiti’ alle maglie del colloquio preliminare. Tra il 2009 e il 2018 sono state riscontrate alcune centinaia di positività all’anno, maggiori nei nuovi donatori rispetto ai donatori periodici. Per l’epatite B si registra una diminuzione delle positività nel tempo, dovuta alla sempre maggiore presenza di donatori nati dopo il 1980 e quindi vaccinati.

(Adnkronos)

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