Buona reputazione degli atenei italiani, 40% tra top 1.000 al mondo


Presentata a Milano la ricerca ‘L’Italia e la sua reputazione: l’Università’ in collaborazione con Intesa San Paolo e italiadecide
Milano, 19 nov. Il 40% delle università italiane rientra tra i 1.000 migliori atenei mondiali per reputazione. Un dato incoraggiante, se si pensa che nel mondo si contano circa 20mila istituti. Eppure, nessun ateneo è tra i primi 100 nei due principali ranking internazionali. Sono alcuni dei dati emersi dalla ricerca ‘L’Italia e la sua reputazione: l’Università’, presentato oggi a Milano dal presidente di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro e del presidente onorario di italiadecide, Luciano Violante.
La ricerca, curata da Domenico Asprone, Pietro Maffettone, Massimo Rubechi, è volta ad analizzare la situazione e a proporre indicazioni concrete in termini di politiche pubbliche. Prendendo a riferimento i ranking Qs e The, tra i principali per prestigio e per risonanza, è stato analizzato il numero di università presenti nelle prime 100, 200, 500 e 1.000 posizioni a livello globale. Si tratta di percentuali molto alti, considerando che una stima affidabile individuerebbe in oltre 20.000 gli atenei nel mondo.
“Questa ricerca ha messo in evidenza che il 40% delle nostre università si colloca in un ranking internazionale tra le prime mille – ha spiegato il presidente di Intesa San Paolo, Gian Maria Gros-Pietro – le università nel mondo sono 20mila quindi significa che nel 5% dei casi si tratta di università italiane. Questo è un risultato di eccellenza per la nostra università ed è la parte positiva. La parte meno positiva, sulla quale bisogna lavorare, è che in Italia abbiamo meno laureati e meno fondi per la ricerca”.
“Intesa San Paolo – ha sottolineato Gros-Pietro – investe molto sulla ricerca, abbiamo lanciato un prestito senza garanzie per gli studenti universitari perché possano proseguire gli studi sia in Italia sia all’estero. La reputazione dell’università è importante per il sistema Paese perché è quella che attira studenti e investitori dal resto del mondo e questo è fondamentale per un Paese come l’Italia che ha il più grande patrimonio culturale al mondo”.
L’Italia, seppur non abbia università tra le prime 100 in entrambi i ranking, posiziona un numero di università confrontabile con Francia, Germania e Cina già nelle prime 500 e ancor di più nelle prime 1000. Poche le università per abitante rispetto ai principali Paesi europei, meno della metà rispetto a Francia, Germania, Regno Unito e circa un terzo degli Stati Uniti. Tuttavia, normalizzando i dati dei ranking sul totale di università presenti in ogni Paese, l’Italia supera tutti, incluso il Regno Unito, per numero di istituzioni universitarie tra le prime 1000. Il sistema universitario italiano nel suo complesso vede infatti, nelle misurazioni di The, addirittura oltre il 40% delle proprie istituzioni tra le top 1000, mentre gli Stati Uniti ne hanno solo l’8% del totale.
“Le università italiane fanno buona ricerca e buona formazione – ha osservato Domenico Asprone, professore associato di Tecnica delle costruzioni dell’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’, tra i curatori della ricerca – i programmi forse sono ancorati a schermi che andrebbero adeguati alle nuove esigenze del mercato del lavoro legato a soft skills e alle esigenze poste dall’innovazione tecnologica”.
La ricerca evidenzia inoltre come i parametri utilizzati dai principali ranking internazionali soffrano di problemi metodologici che penalizzano la realtà italiana perché valutano le singole università e non il sistema universitario nel suo complesso. Ciò nonostante il posizionamento delle istituzioni universitarie italiane sta rapidamente migliorando, risultato significativo in uno scenario che vede la forte crescita della domanda di istruzione terziaria dall’Africa, dal Medio Oriente e dall’Asia, domanda che si orienta principalmente sulla base di tali ranking.
“Al mondo ci sono circa 20mila università – ha rimarcato Asprone – quindi essere nelle top 1.000 significa essere nel top 5% -. La nostra performance è confrontabile con quelle di Germania, Francia e Regno Unito. Il sistema universitario nel suo complesso non ha aspetti così negativi come viene raccontato dalle agenzie di ranking, malgrado una serie di criticità legate al basso numero di giovani che decide di intraprendere il percorso formativo nelle università italiane”.
Malgrado le criticità riscontrare, la reputazione delle facoltà italiane resta alta “perché il sistema italiano è resiliente – ha osservato ancora Asprone – e malgrado la limitatezza delle risorse riesce ad avere buone performance. Un altro dato che incide è l’età media dei docenti, molto alta, la più alta dei paesi Ocse con una media di 55 anni, mentre la percentuale di docenti under 30 è ridicola”. I dati evidenziano poi una situazione di scarsa competitività a causa di risorse economiche nettamente inferiori agli altri principali Paesi di riferimento. Pur avendo un tasso di istruzione terziaria più basso degli altri, dato di per sé negativo, si riscontrano meno addetti alla formazione, con numeri ben lontani dai principali Paesi di riferimento culturale nello scenario internazionale.
La ricerca riporta infine alcune indicazioni per rafforzare la qualità delle università italiane e la loro percezione all’estero, come: politiche di reclutamento di docenti e studenti competitive, maggiore efficienza della macchina amministrativa per liberare risorse da destinare alla ricerca e alla didattica, internazionalizzazione, collaborazione con imprese private, anche al fine di far incontrare domanda e offerta di lavoro, e reti tra atenei. Occorre inoltre comunicare di più e meglio la buona qualità delle istituzioni comunitarie offrendo una lettura positiva del sistema di alta formazione italiano, sia per trattenere i nostri studenti sia per renderlo più competitivo verso gli studenti (e i docenti) stranieri.
“La ricerca di italiadecide con intesa Sanpaolo sulla reputazione dell’Itali – ha commentato Luciano Violante, presidente onorario di italiadecide – ha finora dimostrato, con dati oggettivi, che la posizione dell’Italia in settori importanti come la giustizia civile, il turismo e ora l’alta formazione è migliore di quanto comunemente ritenuto e competitiva con quella dei principali paesi con cui ci confrontiamo. Se dobbiamo migliorare nella qualità delle politiche pubbliche e nella collaborazione tra queste e le imprese, i risultati dimostrano che, come Paese, possiamo avere fiducia e stima in noi stessi e nel nostro futuro”.

(Adnkronos)

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