Addio al Finn la barca dei giganti

Tokyo 2020 le ultime Olimpiadi, fine di una storia lunga 68 anni – La decisione di World Sailing

Roma, 7 nov. (AdnKronos) – Anche chi non ha mai messo piede su una barca in vita sua conosce il nome di Paul Elvstrom, non fosse altro perché magari ha un giaccone impermeabile o una felpa con quel marchio: tre volte oro olimpico, consecutivamente a Helsinky ’52, Melbourne ’56, Napoli ’60. Tutto su classe Finn, la stranissima -per i suoi tempi- barca da singolo (per dirne una, l’albero non è insartiato, ovvero si tiene in piedi da solo, infilato nello scafo) che dalla sua nascita ha fatto la storia della vela in genere e di quella olimpica in particolare. Barca che sta vedendo la fine della sua storia, dopo la recente decisione della World Sailing, la Federvela mondiale, di estrometterla dalle future competizioni olimpiche a partire da Parigi 2014. Suscitando un vespaio nel mondo della vela, già amareggiato dall’esclusione, negli anni scorsi, dell’altro mito Star, la barca di quell’Agostino Straulino primo oro italiano nella vela.
La storia del Finn è strettamente connessa alla creazione di grandi velisti che faranno la storia: dopo Elvstrom, il piccolo scafo (4,50 metri) molto difficile da portare ha laureato ai massimi livelli gente come il russo Valentine Mankin, il neozelandese Russell Coutts e l’inglese Ben Ainslie, quest’ultimo il velista più medagliato e titolato di sempre. Tutti diventati famosi poi su altre classi, in Coppa America, nelle transoceaniche.
Progettata nel 1948 dallo svedese Rickard Sarby per partecipare a un concorso indetto dalla Federvela finlandese, la barca in un primo momento venne scartata; ma Sarby aveva già costruito un prototipo, e venne invitato a delle regate di prova. Nel ’50 la federazione la sceglie come classe olimpica per Helsinky ’52, e da allora non è più scesa dall’olimpo dello sport. Albero a prua inserito nella scassa, una sola grande randa con il boma a raso sulla coperta, timone e deriva: e una notevole stazza fisica necessaria al velista per tenerla, tant’è che viene chiamata “la barca dei giganti”: per tenerla servono un minimo di 80 kg per oltre 1,80 d’altezza, ma gli atleti competitivi vanno dai 90 ai 110 kg di peso e stature che preferibilmente devono superare il metro e 90.
Estremamente tecnica e fisica insieme, è una barca che regge ogni tempo e che sviluppa quasi naturalmente (una barca con solo la randa è più difficile da manovrare e tendenzialmente “lenta” rispetto a quelle con due vele) tattica e strategia nel velista. L’età media degli atleti è sempre piuttosto elevata per gli standard dello sport olimpico, proprio per la necessità di avere esperienza e cinismo. La forma è sempre stata la stessa, ma i materiali hanno subito ogni variazione possibile: da scafi e armi in legno con vele di cotone si è arrivati a scafi e armi in carbonio e vele in laminare: passando, nei decenni, attraverso vetroresina, alluminio, dacron. I primi esemplari pesavano 145 kg, oggi si è arrivati a 116: la leggerezza non è il suo forte ma lo spettacolo è assicurato, e senza una forte conoscenza marinaresca nessuno può aspirare a regatare.
Le ultime Olimpiadi saranno dunque quelle di Tokyo 2020: il governo mondiale della vela, riunito a Bermuda a inizio novembre, ha ratificato una decisione che era nell’aria già da un po’, malgrado le proteste internazionali non solo delle varie associazioni di classe ma anche dei media specializzati. World sailing ha invece introdotto 5 nuove categorie e modificato alcune delle 4 storiche rimaste, come il 470, doppio come sempre ma stavola equipaggio di genere misto. Introdotto il Kytesurf, che poco ha a che vedere con l’ambiente velico, il windsurf con i foils, e per la prima volta una classe d’altura di 30 piedi (dieci metri), che però deve stranamente ancora essere definita.
“Sono tutte decisioni lontane dalla realtà”. Luca Devoti, il più forte finnista italiano, argento a Sydney 2000 e portabandiera per l’Italia in quell’occasione, argento mondiale e oro e due argenti europei, ancora non si spiega le decisioni dell’addio al Finn da parte di World sailing. “Si tratta di tutti eventi creati ad hoc -dice, al telefono con l’Adnkronos da Valencia dove vive e insegna vela-, sembrano più diretti al marketing che alla vela. Una forzatura: che se va bene è geniale, ma se non va bene hanno fatto un gran casino”. Un “salto nel vuoto, e non perché il Finn non sia spettacolare: l’ultimo video girato a Cadice è stato visto 150.000 volte, è una barca sempre valida e che può uscire con quasi ogni mare, quelle con i foil intorno ai 25 nodi hanno bisogno di soccorso”.
Ma soprattutto, ragiona Devoti, “è stata completamente eliminata una tipologia fisica di atleta: adesso la gente alta e pesante non ha più una classe olimpica su cui regatare, un danno enorme. Che penalizza soprattutto i giovani: c’è chi si allena per 5, 10, 12 anni ogni giorno su quelle barche, persone a cui hanno sottratto la passione e il sogno delle Olimpiadi. A Barcellona ’92 c’erano 4 classi che potevano far gareggiare atleti pesanti, dopo Tokyo saranno zero. Un danno allo sport”.
Per questo, dice Devoti, “ho deciso di candidarmi alla vicepresidenza di World Sailing: per portare avanti i diritti degli atleti e una visione di sport legata a chi lo sport lo fa davvero tutti i giorni inseguendo un sogno magico, che è lo stesso che ha caratterizzato tutta la mia vita di atleta prima, di imprenditore e di allenatore poi. Uno sport totalmente permeato dai valori olimpici che aveva nel contatto diretto con gli elementi e la forza del mare una caratterizzazione fortissima. Mi auguro -conclude- che la Fiv e il Coni mi supportino nel portare avanti la mia candidatura”.

(Adnkronos)