Medicina, il report: ogni 3 secondi nel mondo una diagnosi di demenza



Roma, 20 set. (AdnKronos Salute) – Ogni 3 secondi una persona nel mondo sviluppa una forma di demenza, 2 persone su 3 e il 62% del personale sanitario credono ancora che la demenza “sia conseguenza del normale invecchiamento”. E’ quanto emerge dal Rapporto mondiale Alzheimer 2019 realizzato da Adi (Alzheimer’s Disease International) che illustra i risultati di un’indagine su 70 mila persone in 155 Paesi. Il report ha verificato convinzioni e comportamenti diffusi nell’opinione pubblica nei confronti della malattia di Alzheimer e di tutti gli altri tipi di demenza, all vigilia della XXVI Giornata mondiale, che si celebra domani. In Italia la stima attuale delle persone con demenza è di 1,2 milioni.
Inoltre, dal report emerge che “1 persona su 4 pensa che non si possa fare nulla per prevenire la demenza; 1 su 5 attribuisce la demenza a sfortuna; circa il 10% alla ‘volontà di Dio’; il 2% a stregoneria; circa il 50% delle persone con demenza si sente ignorato dal personale sanitario (medici e infermieri)”. L’analisi dei dati, effettuata dalla London School of Economics and Political Science (Lse), rivela nel complesso “un’allarmante mancanza di conoscenza a livello globale: il dato più preoccupante è che due terzi degli intervistati pensa ancora che la demenza sia conseguenza del normale invecchiamento”.
Dall’indagine emerge in sostanza come lo stigma verso la demenza impedisca di chiedere informazioni, supporto e assistenza medica che potrebbero migliorare notevolmente la durata e la qualità della vita per quella che è, a livello globale, una delle cause di morte a più rapida diffusione. Secondo le previsioni, il numero delle persone con demenza è destinato a triplicare rispetto ai 50 milioni attuali, raggiungendo 152 milioni nel 2050. Sul fronte economico, il costo annuo della demenza supera attualmente i mille miliardi di dollari, cifra destinata a raddoppiare entro il 2030. La demenza, poi, è la quinta principale causa di morte a livello globale (dato 2016, nel 2000 era la quattordicesima).
Dal Rapporto emergono “dati a dir poco allarmanti, che riguardano tutto il mondo, compresa l’Italia e non solo certe zone – evidenzia Gabriella Salvini Porro, presidente Federazione Alzheimer Italia – Certo, gli atteggiamenti variano a seconda delle fasce regionali, socioeconomiche e culturali, ma è indubbio che alcune convinzioni errate sulla demenza siano ancora radicate in maniera importante anche nella nostra opinione pubblica. Questa è l’unità di misura dello stigma presente nelle nostre comunità, che descrive anche la sfida che ci attende nel perseguire la sua lotta”.
“Pensiamo per esempio al 60% degli intervistati che ritiene corretto non coinvolgere le persone con demenza: si tratta di discriminazione, in contrasto con il considerarle prima di tutto come persone, con una loro individualità e un loro vissuto costruito lungo una vita intera, al di là dell’etichetta della diagnosi – prosegue – Un dato positivo è che almeno il 50% degli intervistati sia convinto che lo stile di vita possa influire sulla riduzione del rischio di sviluppare una forma di demenza: dobbiamo agire su tutti i fronti – sociale, assistenziale, medico – per aumentare questa percentuale”.
“Lo stigma è il più grande limite alla possibilità delle persone di migliorare sensibilmente il loro modo di convivere con la demenza – osserva Paola Barbarino, amministratore delegato da Alzheimer’s Disease International – A livello individuale, lo stigma può minare gli obiettivi esistenziali e ridurre la partecipazione ad attività sociali, peggiorando il benessere e la qualità della vita. A livello di società, lo stigma strutturale e la discriminazione possono influire sull’entità dei fondi da stanziare per la cura e l’assistenza. Auspichiamo che i risultati ottenuti da questa ricerca possano dare il via a una riforma e a un cambiamento globale positivo”.

(Adnkronos)

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