Bertinotti: “Quadro deprimente, no ad alleanza con M5S”

L’ex segretario di Rifondazione: “Pd vittima di governismo, politica prenda spunto da dibattito tra Macron e gilet gialli”. E lancia l’appello a una “rivoluzione” della politica

Milano, 22 ago. di Manuela Gatti
No a un governo Pd-M5S, che servirebbe solo a sfogare il “governismo”, l’ansia di andare al governo, propria del centrosinistra. Si torni piuttosto alle urne. Ma con la consapevolezza che alla politica italiana, per uscire dalla crisi “drammatica” in cui si trova, serve una rivoluzione, una rottura. Che deve partire innanzitutto dall’ascolto del popolo, magari attraverso un “dibattito nazionale” sul modello di quello lanciato dal presidente francese Emmanuel Macron dopo le rivolte dei gilet gialli. E’ questa la ricetta proposta da Fausto Bertinotti, ex segretario di Rifondazione comunista e presidente della Camera, che con l’Adnkronos fa il punto sulla situazione politica italiana, conscio che “dico cose urticanti, ma me lo posso permettere”.
Su un’alleanza di governo tra Movimento 5 stelle e Partito democratico, Bertinotti è netto. “Così facendo – dice – il centrosinistra ripensa l’’ancien régime’, ritorna a quel sistema politico che ha determinato il vuoto che ha portato al governo dei populisti: le stesse movenze, le stesse relazioni tra partiti, lo stesso governismo, l’ansia di andare al governo, come se non fosse stata proprio la governabilità a provocare l’attuale crisi. Dall’altro lato c’è un M5S che cerca di ripulirsi dalla sporcizia accumulata durante l’anno di governo catastrofico con la Lega”.
Un quadro “deprimente”, secondo l’ex sindacalista. Aggravato da una “volgarità” che “non è solo un elemento estetico, ma è anche la manifestazione delle convulsioni finali di una politica che non ha più presa sulla realtà e sulla vita delle persone. La compostezza formale del passato non era un artificio ma un segno di dignità”. 
Piuttosto di cedere alla tentazione di tornare a tutti i costi al governo, dunque, si vada a votare. Anche se ciò dovesse favorire la Lega. “Se chi vuole contrastare Salvini – prosegue Bertinotti – ha paura delle urne e di misurarsi con la propria inadeguatezza, allora è evidente che quelle forze devono attuare una rivoluzione al loro interno, devono cambiare”. 
L’appello a una “rivoluzione” della politica è il leitmotiv del pensiero dell’ex segretario di Rifondazione. “Io credo – spiega ancora – che non esista una soluzione alla crisi drammatica del nostro Paese nel quadro della politica corrente. E’ come pestare l’acqua nel mortaio. Se si rimane in questo quadro la crisi è destinata ad aggravarsi, perché è prima di tutto una crisi di civiltà. Thomas Eliot si chiedeva: ‘E la Chiesa che ha abbandonato il popolo o il popolo che ha abbandonato la Chiesa?’. E chiaro che è stata la Chiesa, e cioè la politica, ad abbandonare il popolo, che si è disunito”. 
Per Bertinotti si deve ripartire dalla ricostruzione di movimenti dal basso. “Tracce in giro ce ne sono molte: basti pensare alla cooperazione, alla resistenza, al riaffacciarsi della lotta per il lavoro”. Certo, serve che la politica ascolti e coinvolga questi soggetti. “C’è un po’ di invidia in quello che dico, ma attorno ai rond-point (le rotonde stradali bloccate simbolo della protesta dei gilet gialli, ndr) sono nate nuove forme di democrazia partecipata, che costituiscono il lascito e il deposito, quale che ne sia l’esito, dell’esperienza dei ‘gilets jaunes’”.
Un’esperienza, secondo Bertinotti, fortemente positiva: “I gilet gialli sono riusciti in quello in cui le opposizioni politiche hanno fallito, e cioè hanno costretto Macron, che sembrava il principe emergente dell’Europa reale, a rinunciare ad alcuni provvedimenti essenziali del suo governo e ad aprire un dibattito con la nazione”. Un dialogo vero e innovativo nella forma, da cui, secondo l’ex sindacalista, l’Italia potrebbe prendere spunto. “Se non si fa dall’alto – dice – lo si faccia dal basso”.
Se questo auspicato processo di rinnovamento della politica italiana porterà alla nascita di nuove forze, Bertinotti non sa dirlo. L’importante, intanto, è avviarlo. Lui ne resterà fuori: “Per due motivi: innanzitutto non ho più l’età, e io penso che la politica abbia un limite fisiologico che bisogna accettare perché richiede energia, forza, azione. E poi, come vede, da parte mia c’è una certa estraneità rispetto alla politica corrente”.

(Adnkronos)