Previdenza complementare e TFR. Un lavoratore su 5 non sa dove finiscono i suoi soldi, chi ne beneficia?

A fine 2018 le forme pensionistiche complementari totalizzano 167,1 mld di euro di risorse destinate alle prestazioni con un patrimonio detenuto direttamente dalle forme pensionistiche pari a 132,5 miliardi di euro contro. In titoli di debito è investito il 58,8% del patrimonio per un totale di 77,9 miliardi di euro; 26,9 miliardi in prestazioni previdenziali facenti capo a fondi preesistenti ma detenute presso imprese di assicurazione; 1,4 mld sono le risorse dei fondi interni a banche, imprese di assicurazione e società non finanziarie. Federcontribuenti: ”su 167 mld solo 34,6 mld spesi in previdenza complementare e Il Fatto Quotidiano denuncia la scomparsa di 34 mld di TFR che l’INPS avrebbe versato allo Stato attingendoli al Fondo Tesoreria”.

La Federcontribuenti denuncia ”una assenza totale di informazioni sulla destinazione finale dei versamenti e nessuna rendicontazione sulla rivalutazione. Invitiamo tutti i lavoratori di qualunque categoria a controllare la propria busta paga al fine di conoscere quanto versato, a chi e quanto accantonato. Per non parlare delle somme versate sulla busta paga in favore di Enti e casse a fini assistenziali che trattengono somme direttamente in busta e che nessuno richiede perché a insaputa del lavoratore stesso che non viene adeguatamente informato”.

La previdenza complementare è una forma di previdenza che si aggiunge a quella obbligatoria ma non la sostituisce. Per ogni iscritto viene creato un conto individuale nel quale affluiscono i versamenti che vengono poi investiti nel mercato finanziario da gestori specializzati (in azioni, titoli di Stato, titoli obbligazionari, quote di fondi comuni di investimento ecc.) e che producono, nel tempo, rendimenti variabili in funzione dell’andamento dei mercati e delle scelte di gestione.

Dopo 8 anni di iscrizione ad una forma pensionistica previdenziale il lavoratore può richiedere fino al 75% del totale maturato altrimenti le forme pensionistiche complementari erogano le seguenti prestazioni: prestazione pensionistica per vecchiaia che si consegue al raggiungimento dell’età pensionabile del regime obbligatorio e con un minimo di cinque anni di partecipazione al fondo;

prestazione pensionistica per anzianità che si consegue con la cessazione dell’attività lavorativa con almeno 15 anni di partecipazione al fondo e un’età anagrafica di non più di dieci anni inferiore a quella pensionabile prevista dal regime obbligatorio.

La previdenza complementare conta 398 forme pensionistiche per complessivi 7,953 milioni di iscritti e operano nel sistema 398 forme pensionistiche complementari.

Esse si suddividono in: 33 fondi pensione negoziali, 43 fondi pensione aperti, 70 piani individuali pensionistici di tipo assicurativo (PIP) cosiddetti “nuovi” e 251 fondi pensione preesistenti; questi ultimi si compongono di 170 fondi autonomi, cioè provvisti di soggettività giuridica, e 81 fondi cosiddetti interni, ossia piani pensionistici gestiti all’interno di singole aziende (tipicamente bancarie o assicurative) per i propri dipendenti e che prendono la forma di poste contabili nei bilanci delle aziende stesse.

Nel 2018 8.000 posizioni di FONDINPS cancellate a seguito dei controlli effettuati in vista dell’ormai imminente scioglimento. Si tratta di posizioni non più alimentate e di conseguenza azzerate a seguito dell’applicazione delle spese annuali di gestione amministrativa; altri casi di

cancellazione derivano dal riscontro di errate aperture di posizioni plurime in capo al

medesimo soggetto.

Le criticità sollevate dalla Federcontribuenti:

”Per senso civico ed etico ogni somma versata dopo il sesto mese va messa a disposizione del lavoratore con una decurtazione annua, tra spese di gestione dell’Ente e imposizione fiscale, non superiore al 2% – ad oggi ci sono costi di iscrizione al Fondo e prelievi mensili; I lavoratori a contratto o licenziati o che hanno cambiato categoria di lavoro perdono totalmente ogni euro versato e ciò è incostituzionale poiché, la nostra Costituzione, salva il risparmio accumulato. Ad oggi ogni lavoratore dipendente versa nel fondo pensione complementare contributo pro capite pari a 2.080 euro nei fondi negoziali, 2.440 nei fondi aperti e 1.930 nei PIP su base annua. Nel 2018 il flusso complessivo di TFR generato nel sistema produttivo è stato stimato in circa 26,4 miliardi di euro; di questi, 14,5 mld sono rimasti accantonati presso le aziende, 6 mld versati alle forme di previdenza complementare e 6 miliardi destinati al Fondo lTesoreria e ci chiediamo: come vengono investiti questi soldi? Chi ci guadagna”? Dove è l’aiuto o l’opportunità per chi tenta di accantonare fondi da integrare alla pensione INPS se tra costi e paletti solo il 20% di tutti i lavoratori avrà la fortuna di vedersi versare mensilmente un contributo cospicuo di integrazione alla vecchiaia?

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