Trapianti: medico primo intervento Ismett, ’23 ore in sala operatoria’

Palermo, 11 lug. (AdnKronos Salute) – Salvo Gruttadauria, direttore del Dipartimento per la cura e lo studio delle patologie addominali e dei trapianti addominali, lo ricorda bene quel primo trapianto di fegato in Sicilia: “Partecipai al prelievo dell’organo a Catania e poi al trapianto a Palermo. Circa 23 ore in sala operatoria”, ricorda in occasione dei vent’anni di attività dell’Ismett di Palermo.
Salvo aveva 29 anni ed era il primo fellow di Ismett. “Dopo la specializzazione in Chirurgia generale – racconta – venni preso per una sorta di ‘superspecializzazione’ che seguiva il modello della fellowship americana”. Per partecipare ai trapianti di fegato, fino a quel momento si era spostato dalla sua Sicilia prima a Bologna, poi in Nebraska e poi a Pittsburgh. “Qualsiasi chirurgo siciliano che volesse occuparsi di trapianto sapeva che doveva andare via: sicuramente fuori dalla regione, forse fuori dall’Italia – sottolinea – Quell’intervento di vent’anni fa cambiò le carte in tavola per i medici, ma anche per i pazienti perché si invertì la tendenza dei viaggi della speranza”.
Salvo quel giorno di luglio lo ricorda come un giorno lunghissimo e caldo: anche in sala operatoria la temperatura era alta, un po’ perché l’impianto dell’aria condizionata faceva le bizze, un po’ forse perché tutti sentivano sulle spalle la responsabilità di quel momento. “Oggi un trapianto di fegato dura in media 6 ore – osserva – è una procedura più standardizzata e nel 70% dei casi non richiede trasfusioni di sangue, ma all’epoca gli interventi erano molto più lunghi e, come tutti gli interventi innovativi, comportavano più rischi e difficoltà. Ma tutto andò bene”.
Oggi Gruttadauria dirige il Dipartimento dei trapianti addominali e nel suo dipartimento lavorano molti siciliani come lui. Sui trapianti di fegato, Ismett ha raggiunto risultati di altissimo livello, quello che ancora si potrebbe migliorare è il numero di organi a disposizione.
“La nostra regione – spiega – fa ancora fatica ad avere un numero adeguato di donazioni, anche se in teoria potrebbe raggiungere l’autosufficienza. In attesa che le cose cambino, noi non ci fermiamo e diventiamo sempre più bravi nell’utilizzare donatori marginali e nel praticare trapianti da vivente”.
La storia di questi vent’anni, vista da questo angolo di mondo, ha qualcosa da insegnare un po’ a tutti e Salvo quel qualcosa lo riassume così: “Se si sceglie il modello giusto da seguire, si possono realizzare obiettivi prima considerati impossibili”.

(Adnkronos)

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