Sanità: ortopedia 4.0, per esperti ‘paziente sia sempre al centro’

Roma, 11 lug. (AdnKronos Salute) – Digitalizzazione, chirurgia robotica e, nel futuro prossimo, intelligenza artificiale, realtà aumentata e machine learning sempre più protagonisti in sala operatoria. I passaggi chiave nel processo di gestione di questa innovazione tecnologica in sanità, sono il tema principale al centro del dibattito del convegno ‘Sanità 4.0 e innovazione in ortopedia: una sfida di sostenibilità’, organizzato a Roma, in collaborazione da Value Innovation Access e British Embassy, con il contributo di Smith&Nephew.
L’incontro, un vero e proprio tavolo di confronto tra clinici, decisori, politici e mondo industriale, si svolge nel pomeriggio a Villa Wolkonsky, residenza dell’ambasciatore britannico nella capitale. “Obiettivo del meeting, aprire un confronto sulle sfide cliniche, gestionali e finanziarie introdotte dalla sanità 4.0 e come i nuovi modelli di assistenza sanitaria e di business, supportati dalle tecnologie innovative, possano contribuire a costruire una base sostenibile per un’assistenza sanitaria accessibile, sostenibile e di alta qualità nel settore ortopedico”, spiega Francesco Falez, presidente della Siot-Società italiana di ortopedia e traumatologia, co-chairman della manifestazione.
“La realtà digitale e virtuale o la robotica, sono solo alcuni esempi di come la tecnologia stia rivoluzionando l’assistenza sanitaria. Queste tecnologie stanno ottimizzando i metodi di diagnosi e di trattamento, aumentando la velocità, la qualità e la percezione delle procedure e migliorando l’esperienza del paziente. E’ dunque fondamentale che tutte le parti interessate che operano all’interno del sistema sanitario collaborino per sviluppare un approccio comune, volto a renderle non solo accessibili, ma anche sempre più efficienti”, aggiunge Marino Nonis, referente progetto It-Drg, Istituto superiore di sanità e co-chairman dell’evento.
Principale ambito di applicazione di queste nuove tecnologie in chirurgia ortopedica sono gli interventi per danni alle articolazioni maggiori. Si tratta di circa 200 mila procedure di artroprotesi l’anno, secondo i dati 2017 registrati dalle schede di dimissione ospedaliera, dal Programma nazionale esiti e del Registro italiano artroprotesi (Riap), che vedono l’intervento all’anca (oltre 108 mila casi) e la sostituzione dell’articolazione di ginocchio (poco più di 80 mila interventi) ai primi posti.
Negli ultimi anni si è registrato un incremento del ricorso alla robotica come supporto al chirurgo ortopedico. Ad oggi, ammontano complessivamente a circa 4 mila le protesi articolari impiantate in modo assistito con robot nel nostro Paese; numeri ridotti, se raffrontati all’urologia o alla chirurgia generale, o ancora alla ginecologia. Tuttavia, il potenziale della chirurgia robotica – anche in ortopedia – è immenso. Lo testimoniamo gli analisti che indicano in oltre il 20% il tasso annuo di crescita del mercato mondiale della chirurgia robotica e dei robot chirurgici, pronti a integrare all’interno delle consolle, intelligenza artificiale, big data e algoritmi di machine learning, per fare della chirurgia robotica un’attività sempre più performante, flessibile e sostenibile. “Ma sempre in aiuto e a sostegno della mano e del cervello del chirurgo, perché ricordiamoci che il robot mette in pratica solo ciò che l’uomo idea e progetta”, ricorda Falez.
E il paziente? Le analisi del Riap mettono in luce come gli interventi di protesi di ginocchio, sempre nel 2017, sono stati effettuati su pazienti con età media generale di 70 anni, per la protesi totale, e di 67 anni per quella parziale, per il 68% femmine, con l’artrosi primaria come causa principale per la sostituzione dell’articolazione (95% del totale). “Ogni attore coinvolto nel sistema sanitario ha per obiettivo quello di ottenere i risultati migliori con trattamenti economicamente vantaggiosi e incorporando l’uso appropriato delle tecnologie innovative. Non bisogna però mai perdere di vista il paziente, il fulcro attorno cui tutto dovrebbe ruotare”, commenta Stefano Marchese, amministratore delegato di Smith&Nephew. “Troppo spesso, infatti, la valutazione di una tecnologia viene fatta prevalentemente sul costo di approvvigionamento, senza valutare adeguatamente il reale impatto sulla qualità di vita e sugli outcome clinici”.

(Adnkronos)

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