Salario minimo

Bonomo: “una “bomba” da oltre 400 milioni di euro di maggiori oneri all’anno per le imprese artigiane venete

“Il tema del lavoro e del suo costo, necessita di un approccio organico! Mettere mano al solo salario minimo senza affrontare contemporaneamente il problema dei costi complessivi racchiusi nel termine “cuneo fiscale” -che oggi è pari al 47,9%, ben 12 punti in più della media dei Paesi avanzati, come ha ricordato il nostro Presidente nazionale Merletti alla Assemblea di martedì scorso- rischia di produrre un doppio risultato negativo per le imprese. Ai maggiori costi salariali infatti si aggiungono i contributi previdenziali, assistenziali ed assicurativi e quelli delle imposte dirette ed indirette sul costo del lavoro. Con un effetto ancora più spiazzante sul piano del mercato. La gran parte della nostra manifattura artigiana vive e vende ancora oggi grazie ad un equilibrio di costo lavoro e tecnologia applicata.

E mentre va avanti questa idea di salario minimo, tutte le promesse sin qui fatte per ridurre i costi del lavoro si sono dimostrate disattese. Ciò premesso la proposta M5S di salario minimo a 9 euro (salvaguardando le previsioni dei contratti collettivi in essere sino alla naturale scadenza), rischia di essere una bomba da oltre 400 milioni di euro di maggiori oneri all’anno per le imprese artigiane venete (stima che riguarda i settori maggiormente labour oriented) e la mortificazione delle relazioni sindacali regionali, dal welfare collettivo ai salari regionali”. Ad affermarlo Agostino Bonomo, Presidente di Confartigianato Imprese Veneto.  

“Dati alla mano  -prosegue-, la norma all’esame della XI Commissione del Senato, sconcertante per il valore proposto al di sopra di molti contratti nazionali, penalizzerà le piccole imprese e pone molti dubbi interpretativi. Ad esempio, si deve tener conto dei trattamenti previsti dalla nostra contrattazione regionale o no? Se fossero esclusi ci troveremmo davanti ad un effetto distruttivo di quanto abbiamo faticosamente costruito. E come determinare il salario dell’apprendistato, visto che non si fa riferimento alla disciplina in essere per questa figura? In mancanza di chiarimenti i salari dei giovani appena assunti raddoppierebbero, inducendo le imprese a bloccare qualsiasi turn over. “I salari in aggiunta (superminimi) -prosegue Bonomo- andranno conteggiati? Se non è così, vuol dire che avremo effetti paradossali sull’applicazione dei 9 euro che non andranno ad applicarsi solo sui salari più bassi. Il welfare collettivo (e quello aziendale) vengono scorporati dal computo sui differenziali tra i 9 euro ed i minimi tabellari nazionali? Negli ultimi anni, ma da più di 25 nell’artigianato veneto, il welfare collettivo integra il trattamento economico e retributivo dei lavoratori dipendenti. Escluderlo vorrebbe dire buttare a mare un quadro di interventi che sino a qui hanno toccato gran parte dei lavoratori dell’artigianto. Sul piano delle relazioni sindacali si prospetta una vera e propria rivoluzione anche se la norma transitoria prevede una momentanea salvaguardia fino alla scadenza dei contratti collettivi. Cosa succederà dopo”?

La contattazione italiana, ne sono purtroppo riprova il grande numero di contratti fasulli che tentano di imitare l’originale di settore, ha assicurato sino ad oggi una protezione a quasi tutti i lavoratori che non hanno difficoltà a trovare un contratto di riferiemento. Abolire ciò significa appiattire i diversi livelli salariali e il valore delle competenze. E’ inoltre dimostrato che il dirigismo produce più lavoro nero delle reali intese tra le Parti che sono la regola della sana contrattazione. 

Pur nella difficoltà di una norma ancora nebulosa, Confartigianato Imprese Veneto ha effettuato (grazie all’apporto delle Associazioni provinciali) una simulazione degli effetti nei principali settori dell’artigianato veneto, impattanti nel breve o nel medio termine a seconda alla scadenza dei contratti collettivi, verificando il differenziale tra il salario minimo e quello contrattuale, basandosi su un’interpretazione letterale del testo del disegno di legge.

Nella metalmeccanica, che comprende anche installatori d’impianti e autoriparatori, ci sono 66.019 lavoratori (dati Ebav al 31/12/18): ricostruendo la distribuzione dei lavoratori sulla base dei livelli, l’applicazione del salario minimo porterebbe un incremento dei costi retributivi pari a 140 mln di € all’anno ai quali si devono aggiungere anche i contributi previdenziali, assistenziali ed assicurativi, che si aggirano intorno ai 43 mln di €, tralasciando il calcolo delle imposte dirette ed indirette sul costo del lavoro. Effetti che sarebbero parzialmente alleggeriti se fosse computata anche la retribuzione derivante dalla contrattazione regionale, con una diminuzione dell’onere complessivo del 45%. In questo settore, per effetto della crescita della professionalità, l’erogazione di superminimi individuali è molto diffusa ma, anche questo, non è utile a mitigare l’impatto del salario minimo basato solo sui minimi tabellari nazionali.

Nel Legno l’aggravio dei costi retributivi per i 12.000 lavoratori sarebbe pari a 17 mln di euro, mentre per il Tessile Abbigliamento, 16.000 lavoratori, i milioni sarebbero 38, sempre al netto de gli oneri contributivi previdenziali e assistenziali e degli altri oneri fiscali. Altri due settori presi in esame, alimentare ed acconciatura/estetica, dimostrano analogamente la presenza di un forte differenziale tra retribuzione minima contrattuale e salario legale. Anche in questi 4 settori, se fosse presa in considerazione anche la retribuzione regionale, il gap si ridurrebbe, in modo particolare in quelli alimentare e legno. 

“Sembra paradossale -afferma Bonomo- che proprio l’Italia, contraria ai lacci e lacciuoli dell’Europa, si assurga a paladina del salario minimo, adducendo l’arretratezza del nostro paese sul tema nel panorama europeo, e proponga di adottare un valore, 9 euro, superato oggi solo dal 25% dei lavoratori. Se competere con la Spagna, paese con tasso di sviluppo molto alto e con salario minimo a 859 euro al mese sarà praticamente impossibile, non osiamo pensare alla futura competizione con i paesi dell’Est Europa”.

Tornando al Veneto, ci potremmo trovare di fronta a imprese di settori con retribuzioni derivanti da CCNL inferiori al salario minimo ma con elementi aggiuntivi nel cedolino paga (salari regionali, superminimi, welfare etc) che portano il valore a superare i 9 euro. Anche queste aziende dovrebbero erogare il differenziale al pari di quelle che non hanno questi elementi aggiuntivi. Inoltre, vista la diversità tra i vari comparti, sarebbe stato opportuno creare un salario minimo per l’industria, per l’artigianato, per il commercio e così via.

“Sappiamo -conclude Bonomo- che nelle audizioni in Parlamento tutte le istituzioni intervenute hanno evidenziato l’impatto negativo di tale provvedimento, ma ad oggi ciò non ha  sortito alcun effetto dissuasivo. Mi chiedo a questo punto come le aziende del settore Tessile Abbigliamento, maggiormente soggette a pesanti negoziazioni coi committenti, possano trasferire questo incremento del costo del lavoro ai loro clienti, con buona pace del re-shoring”.

In allegato la simulazione degli effetti dell’entrata in vigore del salario minimo.

Allegati

(Unione Provinciale Artigiani Padova)