Riforma giustizia tributaria sempre più urgente. Intanto Equitalia non paga le sentenze e pignora Banca di Italia

Equitalia non paga le sentenze e quando aggredita dagli avvocati, pignora la somma a Banca d’Italia: come funziona? L’Agenzia delle Entrate e della Riscossione essendo un Ente pubblico economico prima di compensare le spese, anche quelle di Equitalia, lascia passare 120 giorni dalla notifica della sentenza. L’avvocato che non si vede accreditare la somma inizia la procedura esecutiva resa laboriosa e costosa per lo Stato stesso poiché, se la somma supera i 5 mila euro, Equitalia pignora il terzo soggetto, cioè Banca d’Italia la quale chiederà a sua volta, all’Agenzia delle Entrate e Riscossione, se quel creditore ha diritto alla somma – da sentenza – o se per caso questo creditore fosse esso stesso debitore verso lo Stato. Un sistema condannato da molti giudici che si sono rivolti alla Procura della Corte dei Conti poiché crea un danno alla spesa pubblica.

La sovrastruttura dello Stato non è stata mai riformata da nessun governo quasi fosse un entità intoccabile, invisibile eppure incisiva dal punto di vista del funzionamento dello Stato stesso in regime di risparmio economico. Lo studio legale della Federcontribuenti attribuisce proprio a questa mancata Riforma la causa di ogni male politico, economico e sociale: ”il rapporto tra contribuenti e Fisco continua ad essere impari. Il contribuente ha sempre torto e il Fisco sempre ragione generando l’imbuto del contenzioso con gravi danni per i contribuenti, ma anche per lo Stato”.

Ma quella vecchia storia della riforma della giustizia tributaria?

Vale a dire trasformare il giudice tributario in un giudice a tempo pieno, con un trattamento economico adeguato e non più dipendente dal MEF e quindi di parte come stabilisce l’art. 111, 2° comma, della Costituzione e la revisione delle regole di diritto procedurale per porre sullo stesso piano il fisco e il contribuente. L’art. 111, comma 2, della Costituzione testualmente dispone: “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata”. Anche in questo caso la Costituzione, tanto difesa in certi momenti, viene disattesa, violata, ignorata.

Esiste anche un conflitto di interessi tra i giudici tributari?

”Oltre ad essere giudici pagati dal MEF in regime di part time sono professionalmente impegnati in altre professioni. Un giudice tributario può addirittura essere titolare o socio di un centro Caf o di uno studio di commercialisti e questo potrebbe determinare giudizi privi di imparzialità, addirittura procedure viziate.”.

Dal 2013 al 2016, sono stati presentati in Parlamento un numero significativo di disegni di legge di riforma della giustizia tributaria, eppure una riforma non vi è masi stata, come mai?

Le Commissioni tributarie decidono su questioni di grande rilevanza economica e che richiedono elevata professionalità e specializzazione nella materia tributaria; per tale ragione, si avverte la necessità di un giudice dedicato a tempo pieno, che possa tutelare i diritti dei cittadini-contribuenti; il contribuente non deve essere più visto come un potenziale evasore, come un bancomat dove si può prelevare senza regole o limiti. ”I contribuenti, gli operatori del settore pubblico e privato, i professionisti e gli stessi giudici tributari attendono una profonda riflessione ed un preciso impegno politico di un avveduto legislatore alla realizzazione di un disegno organico e sistematico di revisione degli assetti organizzativi della giurisdizione tributaria e di completamento della revisione delle regole sostanziali e processuali, ormai non più oltre rinviabili”.

Qualche dato.

Attualmente i giudici tributari sono 3.019, di cui 94 anche in Cassazione con un evidente sottodimensionamento rispetto alle 4.668 unità previste dal d.m. 11 aprile 2018; l’organizzazione della macchina amministrativa è affidata al MEF che, per l’anno 2018, ha preventivato un costo complessivo di 211 milioni di euro, con un aumento che sfiora il 2,5% rispetto al preventivo 2017 quando le stesse voci pesavano per 206 milioni di euro. Le cause tributarie possono essere lunghe anche 9 anni in una sorta di limbo che distrugge il tessuto sociale economico.

Come vengono pagati i giudici tributari?

I giudici tributari sempre pagati in ritardo dal MEF non percepiscono nulla per le sospensive; 15 euro nette a sentenza depositata ed 1 euro a sentenza per rimborso spese .

Se il fisco si vanta del numero di vittorie.

Nel terzo trimestre 2017 il fisco ha vinto nel 45,8% dei casi, vedendosi riconosciuta una pretesa di quasi 1,6 miliardi di euro, a fronte del 31% dei giudizi pienamente favorevoli ai contribuenti, per un controvalore di 877 milioni di euro. Per tutto l’anno 2017 il fisco ha vinto più del contribuente in tutti i gradi di giudizio. Infatti, nell’anno 2017, gli uffici hanno avuto ragione su tutta la linea nel 45,18% dei casi in CTP e nel 45,30% in CTR. Il contribuente, invece, ha ottenuto pronunce totalmente favorevoli rispettivamente nel 31,42% e 38,83% dei casi.

Per quanto riguarda la condanna alle spese, nel primo trimestre 2018 in primo grado i contribuenti hanno visto accogliere il proprio ricorso totalmente nel 31,3% dei casi, ma il fisco è stato

condannato al rimborso delle spese in meno della metà di tali giudizi (15,91%).

La Federcontribuenti ribadisce per tanto la urgente necessità di Riformare la giustizia tributaria: ”arriverà presto il giorno dove la Corte di Strasburgo ci condannerà per aver applicato procedure in violazione dei diritti di ogni cittadino e sarebbero guai. Uno Stato di Diritto non può mantenere livelli tali di ingiustizia che generano contenziosi che creano disparità tra le parti facendo venir meno il principio dell’equo processo”.

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