Il Galileo di Pennacchi, tra crateri e bicchieri di vino

Attorno alla figura di Galileo circolano un sacco di storie, a metà tra mitologia e realtà. Galileo a Padova è ormai un’istituzione, e lo spettacolo di Andrea Pennacchi, Galileo – Le montagne della Luna e altri miracoli, punta a fare un po’ di chiarezza. Per prima cosa, Galileo avrebbe dovuto fare il medico. Suo padre aveva investito parecchi soldi nella sua formazione, in modo che il figlio dal cervello fino potesse dare la dote alle sorelle, e magari tirare fuori di galera il fratello. E invece niente, quell’ubriacone impenitente si era innamorato della matematica, ma di quella astratta, tanto da non essere in grado di calcolare il rapporto tra lo stipendio di un medico e quello di un insegnante di matematica.

Poi si era messo a tirare i sassi dalla torre di Pisa. Giusto perché all’epoca i cavalcavia non andavano di moda. Con questo esperimento era riuscito a stabilire che, indipendentemente dal peso, i sassi arrivavano a terra nello stesso momento, colpendo un americano per ben due volte e mandando in crisi l’attività turistica del Bel Paese in tempi non sospetti.

No, precisa Pennacchi, forse Galileo non ha mai tirato sassi dalla torre di Pisa. Forse si è limitato a osservare la grandine, ma quel che è certo è che da sempre è stato un secchioncello fastidioso, l’incubo di ogni professore che si rispetti (e che lui invece non rispettava). Insomma, Galileo era uno che l’Inquisizione se l’era cercata.

E del resto la sua vita lo prova: ha fatto tutto per il vile denaro, a parte diventare medico. Perché gli piaceva bere e offrire da bere a tutti, ma, si sa, lo stipendio di un professore non permette di essere munifici. E allora, con il compagno Mazzoleni, un meccanico, cercavano di sbarcare il lunario con invenzioni improbabili. Prima inventano un macchinario per rilevare la temperatura corporea (il moderno termometro), che purtroppo però era a base quadra e di dimensioni eccessive, con tutti gli inconvenienti del caso. Poi affinano la tecnica, nella speranza di ottenere i finanziamenti per la loro attività preferita: bere

Mazzoleni è interpretato dal silenzioso Giorgio Gobbo della Bottega Baltazar, che non parla ma si esprime musicalmente, mescolando ai suoni rinascimentali, Smoke on the water dei Deep Purple e Vasco Rossi, solo che qui bevono sidro al Roxius Bar. Tra una bevuta e l’altra, però, i due si inventano anche il regolo calcolatore, una sorta di compasso che può misurare “qualsiasi cosa” e con cui “si possono fare un sacco di soldi”. Peccato che glielo copiano, e così i due aggiornano la loro attività, scopiazzando a loro volta il cannocchiale che in Olanda era talmente diffuso da essere un giochino per bambini, e lo mostrano al Doge.

Ma quella storia di osservare la luna è stata solo una mera coincidenza, perché a Galileo quell’idea è venuta quando dal tetto stava sbirciando la vicina procace che faceva il bagno di notte sul terrazzo: a quel punto, per evitare l’accusa di molestie sessuali, il nostro eroe aveva bluffato, dicendo che stava osservando la luna: “Mazzoleni, dobbiamo inventarci qualcosa di scientifico o finiamo in gabbia!”. Ed ecco come nasce la scienza moderna.

Sorprendente è come Pennacchi, pur prendendo elegantemente per i fondelli il grande scienziato, riesca comunque a far trasparire la sua genialità, che spicca mano a mano che emerge l’ottusità delle persone che lo circondano, fino al momento dell’abiura, la cui drammaticità è ben sottolineata da Cirano di Guccini suonata da Gobbo.

Nel complesso la drammaturgia è molto efficace, e lo è anche l’immagine che Vittorio Bustaffa dipinge live (nella foto). Il collaudato sodalizio tra Gobbo e Pannacchi non delude nemmeno questa volta, e alla fine dello spettacolo il pubblico ha sicuramente imparato qualcosa: se non altro, che Galileo non è mai salito sulla torre della Specola, che all’epoca non era ancora un osservatorio.

(tratto da http://www.ilvivipadova.it)

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