Trump e gli UFO

La cinematografia statunitense, soprattutto quando è frutto di un genio visionario, ha spesso il pregio di anticipare, prevedere, rileggere i grandi temi di politica domestica che si riflettono immediatamente sullo scenario internazionale. Arrival, nelle sale in questi giorni, non è tanto un lungometraggio sugli alieni quanto piuttosto una vicenda che svela come l’amore possa assumere il predominio sul tempo.

Il tema ruota attorno a comunicazione e accoglienza tra razze e mondi differenti, la traccia percorsa quella del determinismo teorizzato dai linguisti Sapir e Whorf della Northern Illinois University, secondo i quali le lingue parlate dal genere umano plasmano in un certo modo anche la rete neuronale e, di conseguenza, l’approccio alla realtà.

In Arrival, però, il risultato che permette all’umanità di evitare una catastrofe autogenerata è ottenuto grazie all’abbattimento delle barriere tra i popoli, alla condivisione, all’apertura fiducione nell’ottenimento di un risultato corale. Il rischio dell’innesco di una guerra, invece, è rappresentato da un’azione minacciosa, detta dalla paura e dell’assenza di ogni traccia di prudenza e diplomazia.

Tutti ingredienti che sembrano far parte delle prime istintive e convulse mosse di Trump dopo l’elezione: sassi gettati nello stagno che hanno già provocato le reazioni di parte dell’episcopato statunitense, consapevole che serva una nuova strategia per sconfiggere la minaccia del terrorismo ma anche decisamente schierato nella difesa di un’accoglienza che è riflesso e conseguenza della natura del cristiano. Anche la semplice frequentazione delle Sacre Scritture provoca ad un’accoglienza dello straniero nel quale si può scorgere il volto del Cristo stesso, come ha sottolineato in una lettera ai suoi preti Donald William Wuerl, il cardinale che guida la diocesi di Washignton.

La distanza, il muro d’aria, che si materializza in Arrival dopo un maldestro tentativo di trasformare il dialogo in atto di violenza, può essere colmata solo con l’amore e il perdono, un tema talmente intriso di cristianesimo che ci si meraviglia di poter scorgere in un prodotto da botteghino. Il segnale è chiaro: quello che si offre lo si può ottenere in cambio, chiusura compresa, ed è addirittura la scrittura circolare degli alieni a raccontarci di un tempo non lineare nel quale i cicli, anche oscuri, della storia si ripetono.

Non a caso Blase Joseph Cupich, l’arcivescovo metropolita di Chicago, ha citato le parole profetiche che papa Francesco ha rivolto al Congresso durante la sua visita negli Usa del 2015: «Se vogliamo sicurezza, diamo sicurezza; se vogliamo vita, diamo vita; se vogliamo opportunità, provvediamo opportunità. La misura che usiamo per gli altri sarà la misura che il tempo userà per noi».

 

Marco Sanavio

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(Diocesi di Padova)

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