Nella favela di Vila Autodromo, l'altra faccia dei Giochi

Rio de Janeiro, 6 ago. (AdnKronos) – Le ultime baracche sono state abbattute pochi giorni prima dell’inizio dei Giochi. E a poche ore dalla cerimonia d’apertura, le ruspe sono ancora in azione fra le macerie e la terra bruciata dal sole. Il parco olimpico dista appena a un centinaio di metri, eppure in pochi superano il recinto dorato del mondo a cinque cerchi per esplorare un altro universo che dei Giochi avrebbe fatto volentieri a meno.

Un tempo la favela di Vila Autodromo era una pacifica comunita’ di circa 600 famiglie e 3mila persone che si affacciava sulla laguna di Jacarepagua. Oggi quel che ne resta sono due file ordinate di piccole case imbiancate da poco e una chiesa non ancora terminata. I residenti, una ventina di famiglie, non hanno mai conosciuto la violenza che caratterizza le piu’ popolose e problematiche favelas di Rio, ma hanno dovuto resistere strenuamente allo sfratto seguito all’assegnazione alla capitale carioca dei Giochi Olimpici nel 2009.

Molte famiglie hanno ceduto alle pressioni delle autorita’ brasiliane, e all’uso della forza da parte della polizia, finendo per accettare un indennizzo economico. Hanno lasciato cosi’ le proprie abitazioni e si sono trasferiti in alloggi pubblici in una zona limitrofa: dove prima c’erano le loro case, ora c’e’ una strada asfaltata che affianca il parco olimpico e un parcheggio incompleto in parte inutilizzato.

Ma c’e’ chi invece ha deciso di opporsi con ogni mezzo all’avanzare della macchina olimpica. Come Maria da Penha Macena, un’energica donna 51enne che e’ diventata il simbolo di questa battaglia e che ora accoglie i curiosi per raccontare la storia di Vila Autodromo. “Qui un tempo c’era un mercato e tanta gente. Oggi siamo rimasti in pochi, ma siamo orgogliosi di avere difeso la nostra terra”, racconta Maria, abbracciata al suo vicino di casa. “Sono tanti anni che cercano di mandarci via. Siamo stati minacciati, in alcuni casi anche picchiati. Hanno represso i nostri cortei con i manganelli – rivela – Ma noi siamo ancora qui”.

Sulle pareti della sua abitazione sono appesi i volantini anti-Olimpiadi: ‘Rio 2016 jogos da exclusao’, si legge su uno di questi: i Giochi dell’esclusione. Li’ vicino, due ragazzi caricano su una carretta gli ultimi oggetti per portarli nelle nuove case. Sono rimasti in pochi a Vila Autodromo, ma lo spirito della comunita’ resiste. Le porte delle abitazioni sono aperte a tutti, si cucina insieme e si mangia allo stesso tavolo in pochi metri quadrati.

Chi e’ arrivato qui per le Olimpiadi non viene respinto, anzi. “Volete mangiare con noi?”, domandano con un sorriso.

Con la resistenza, i ribelli della comunita’ sono riusciti a rimanere li’, a pochi metri dal cuore pulsante dei Giochi Olimpici. Ma hanno dovuto comunque accettare di abbandonare le loro vecchie baracche. “Le nuove case sono belle, ma non sono le nostre. E io stavo meglio li’. Lasciare la mia vecchia casa per me e’ stata una rovina. Le Olimpiadi sono un affare per pochi, a noi nessuno ha mai chiesto niente. Questo evento dovrebbe essere un’occasione per tutti e non per pochi”, dice Maria mostrando una conoscenza approfondita del tema.

“Siete italiani? So che anche Roma si candida. Ma a voi hanno chiesto se volete le Olimpiadi?”, domanda. Congedarsi da lei non e’ facile, ha tanta voglia di raccontare la storia di Vila Autodromo. Il viaggio finisce con una visita alla chiesa ancora incompiuta all’ombra del villaggio olimpico. Al suo interno le impalcature coprono l’affresco dietro l’altare. Sulle pareti, e’ appesa la foto con la veduta dall’alto della vecchia comunita’ di Vila Autodromo.

(Adnkronos)

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