Si laurea in carcere, il riscatto di Ciro Ferrara

Ciro Ferrara ha 53 anni compiuti, quaranta dei quali passati, diciamo, da illetterato. Il suo unico titolo di studio era la quarta elementare. «Sapevo a malapena leggere e scrivere, da piccolino odiavo la scuola», racconta senza mezzi termini. «Poi» continua «ho incontrato delle educatrici, una in particolare, che hanno insistito per farmi studiare». Così, anche se con poca dedizione, Ciro ha conseguito la licenza elementare e quella di scuola media inferiore. E lì era intenzionato a fermarsi. Ma qualcuno ha insistito ancora, fino a convincerlo: «non è stato facile, le dicevo “dottore’, non mi va la scuola!”, ma la sua perseveranza ha avuto la meglio sulla mia ostinazione». Ottenendo, aggiungiamo, risultati piuttosto ambiziosi: questa mattina, a distanza di qualche anno, Ciro ha discusso la sua tesi di laurea in Filosofia. Il presidente della commissione, prof. Antonio Da Re (che è anche il Preside del corso di laurea) l’ha nominato dottore, con il massimo dei voti. Ci sono stati gli applausi, i fiori, le foto, perfino il rinfresco con la torta. Solo un particolare rende questo evento diverso dai tanti analoghi che si stanno svolgendo, in questi stessi giorni, in città. Non è l’età del laureato, per quanto sia sicuramente più stagionato di tanti colleghi. È il luogo. La discussione, la proclamazione, la festa e prima ancora le lezioni e i pomeriggi di studio: tutto si è svolto all’interno del Due Palazzi, la casa di reclusione di Padova.

Il taglio degli occhi, prima ancora del nome e della voce, tradisce chiaramente la provenienza di Ciro. È campano, di Casoria, ed è entrato in carcere a soli 21 anni. Alle spalle, racconta chi lo conosce, ha una storia incredibile, fatta di errori commessi e di ingiustizie subite, ma da oggi anche di riscatto. «Nella mia cella ci sono circa 300 libri» racconta «tutti tenuti in ordine. La mia stanza la chiamo “la suite”». Una suite, però, senza computer: «la tesi l’ho dovuta scrivere tutta a mano, 120 pagine. Scrivevo anche di notte, quando medito con me stesso, e se finivano i quaderni scrivevo sulla carta igienica. Nel tempo ho consumato 400 penne». I libri e la fede, negli ultimi anni, sono stati le ancore di salvezza nel buio dell’isolamento: «non sono stato un santo, forse neanche un bravo cristiano. Ma sono molto religioso e credo moltissimo nella spiritualità. Avrei voluto studiare Teologia, ma stando qui non era tra le facoltà che potevo scegliere. Allora mi è stato consigliato di iscrivermi a Filosofia, che per me è stata illuminante». Ciro sta già aspettando il moduli per iscriversi alla Magistrale, che spera, tra sentimenti contrastanti, di poter conseguire fuori, in libertà: «vorrei rifarmi una vita, visitare la città, trovare una ragazza. Ma ho anche timore dell’esterno, perché fuori mi aspetta un mondo che non conosco più, un tempo che non sembra più il mio ed un mare di pregiudizi».
La sua tesi di laurea parla del concetto del tempo in Sant’Agostino. «Il tempo» spiega guardandomi fisso «è qualcosa che non puoi misurare, se non con i mezzi che ne scandiscono la quotidianità. Il passato vive nei ricordi, il presente nell’attesa del futuro». Forse proprio in questo pensiero, apparentemente così astratto, sta tutta la concretezza della conquista di chi, il futuro, ha cercato di plasmarlo, costruendo le condizioni perché fosse migliore. E perché il passato rimanesse, davvero, solo un lontano ricordo.
 

Silvia Quaranta

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